Un grande ci ha lasciato. Piazza Armerina si è svegliata senza Pino Testa

<<I veri poeti sono rari. Abbiamo dei versificatori, degli assemblatori di rime. Ma l’uomo la cui natura è totalmente protesa verso la poesia, è un’eccezione […]

Tutto ciò che contribuisce a creare un vero poeta che crea poesia vera, risiede nella sua capacità di sognare, sta nel suo senso profondo di malinconia; è nel dono del ritmo interiore e delle parole che lo suggeriscono. È l’arte di dipingere un paesaggio, o di esprimere a parole uno stato d’animo; un certo boemianismo dello spirito unito alla fantasia e all’immaginazione che fanno più bella la realtà, e al quale va aggiunto il gusto della più estrema novità>>.

Mi ha colpito parecchio questo stralcio di poche righe che ho voluto trascrivere in traduzione, in cui Paul Léautaud salutava il genio di Guillaume Apollinaire. Il genio del ‘poeta autentico’ che viaggia e fa viaggiare con la fantasia; l’estro creativo mai pago di restituire emozioni in versi e in rime. Apollinaire, non solo lo fu, ben prima che la scheggia di una granata – in perfetta linea con quella tradizione maledetta che vuole che poeti, scrittori, e illuminati vari dalla musa dell’arte, abbiano una vita breve o segnata da malattia e invalidità – lo destinasse a vita breve,  ma continua ad esserlo ancora oggi per i tanti che, a distanza di più di un secolo dalla sua scomparsa in giovane età, si ritrovano piacevolmente immersi a maneggiare pagine e pagine piene dei suoi versi, tutti ugualmente benedetti dalla una naturale predisposizione alla rêverie.

Oggi, è giornata di lutto per la nostra poesia. Anche Piazza Armerina si è svegliata senza un altro dei suoi grandi poeti, versificatori, sognatori in rima. Pino Testa, ci ha infatti lasciati solo da poche ore, che già…sembra non essersene mai andato! Non se ne è andato negli omaggi pieni di commozione che affollano i social; c’è ancora negli affettuosi messaggi di commiato di chi l’ha conosciuto; è vivo ancor di più negli scatti recenti o nelle immagini di lontana memoria, postate dai tanti suoi amici e ammiratori che – in un momento del tutto casuale della loro vita – non si sono lasciati scappare la grande opportunità di farsi ritrarre in compagnia del ‘poeta’.

Da sin. Pino Testa, Giada Furnari, Tanino Santangelo, Ambra Taormina, ed Alison Farinato. Insieme al poeta, all’inaugurazione della rassegna fotografica storica “Le Curiosità di Dudù” presso il Museo del Palio, il nove settembre scorso (per la foto si ringrazia Nino Di Catania)

Che l’abbiamo o no conosciuto di persona, ‘stringere la mano’ a Pino Testa non è mai stata e tuttavia ancora continua a non essere poi cosa così difficile. Pino – maestro delle rime in gallo-italico – è chi ci ha raccontato, a colpi di musicali ‘pennellate’ in vernacolo, i suoi momenti di vita vissuta: dall’entusiasmo fanciullesco nel giorno della festa il tre di maggio, passando dal disappunto senza mezzi termini per la sua patria bistrattata, per poi confidarsi con noi all’ora in cui, in mente, gli ritornavano le passioni sbiadite della gioventù ormai declinata.

Semplice, minuto, con indosso il suo inseparabile baschetto. Pino Testa, poeta e artista, immortalato da uno scatto al locale Circolo di Cultura

E in tutto ciò, di Pino Testa, resta il ricordo vivo del suo originale cuore pulsante di devozione per l’adorata città natale. I palazzi, il cortiletto, la stradina stretta, l’arco e il casalino: tutte queste cose avevano formato le pietre sacre che facevano di Piazza Armerina, una città – per dirla alla sua maniera – ‘smarav’gghiösa’!

Incisore, pittore, disegnatore, Pino Testa ha amato l’arte a tutto tondo. Non di rado, le sue raccolte poetiche si abbelliscono di scorci, vedute, monumenti, e tutto quanto lo aiutasse ad aggiungere quel tocco in più tale da celebrare quella monumentale bellezza armerina di cui non era mai sazio. E poi, poi a fare bella mostra di sé, erano gli immancabili ritratti dei personaggi popolari di una volta: schizzi innocenti che ritraevano quella parte di popolo debole e indifeso, che in maniera un po’ strampalata, era comunque sempre sulla bocca e nella fantasia di tanti, di tutti.

Insomma, l’abbiamo conosciuto per davvero pur senza mai incontrarlo, l’abbiamo ammirato pur senza averglielo mai detto, abbiamo riso delle sue rime pur non essendo in sua compagnia, gli abbiamo dato amaramente ragione tutte le volte che l’abbiamo letto lamentarsi in <<Pov’ra Ciazza mia, pov’ra Ciazza…! Non t’ canusci ciù, e nû mi cör’ ggh’è na t’nagghia ch’ sû tira e stràzza… Com ‘t’ rr’ddusgisti adaccuscì m’schina, chî pezzi ‘ncù e tönna strasc’nàda…!? Tu ch’ dî COZZI EREI eri rr’gina… Dî stèddi â stàdda com’ a d’sgraziàda>>.

E se ancora adesso – a poche ore dall’inizio del suo viaggio verso l’eternità – lo leggiamo annuendo di rimpianto, sorridiamo della sua simpatia genuina, o semplicemente lo ricordiamo, sarà pure perché del suo spirito poetico un po’ diretto, un po’ ingenuo, un po’ sognante, un po’ troppo condito di quella veemenza incalzante tipica dell’espressività della lingua antica del popolo, qualcosa inizia a rimanerci. È qualcosa di ingombrante, sì, ma non c’è da temere nulla: si tratta solo della grande macchina della memoria della nostra identità che inizia a muoversi, e che il lavorìo ingegnoso di Pino Testa tra noi, ha contribuito a rendere più bella, più grande, più solida, più…

Arrivederci, maestro!

Ambra Taormina

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