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Russia e Ucraina, breve storia del conflitto che preoccupa il mondo.

Con la guerra la prima vittima è la verità. Abbiamo già sentito questa frase tante, troppe volte, ma di fatto non è così.  In più, bisogna aggiungere, come la giungla dei social network contribuisca alla disinformazione e alla confusione più totale.  E non è una novità. La pandemia (non ancora finita) ci ha insegnato quali danni può fare un’informazione scadente in un’ambiente – come quello dei social – sostanzialmente privo di regole chiare ed efficaci. 

La guerra russo-ucraina tiene tutti con il fiato sospeso. Una guerra in Europa, con una pandemia in corso, era l’ultimo dei pensieri di ogni essere umano dotato di un minimo di raziocinio. Dovevamo uscirne migliori, ma ahimè la brama di potere e gli sporchi intrecci internazionali hanno ulteriormente esasperato gli animi. 

Cosa succede in Ucraina? 

Prima di tutto chiariamo una cosa. Le due repubbliche separatiste Donbass e Lugansk, sono territorio dell’Ucraina, uno Stato sovrano che perfino nel periodo dell’URSS faceva parte dell’ONU (Organizzazione Nazioni Unite). I disordini in Ucraina sono iniziati nel 2013 con quello che è conosciuto con il nome di “Euromaidan“. In quell’occasione i manifestati erano contrari alla sospensione dell’accordo di associazione all’Unione Europea. Tale l’accordo prevedeva la creazione di una zona di libero scambio tra UE ed Ucraina.
Il presidente, di allora era Viktor Janukovyč che viene subito mal visto a causa di un impoverimento della popolazione e di una crescente disoccupazione, questo in totale contrasto con l’aumento delle ricchezze di Janukovyc e famiglia. A tutto ciò vanno aggiunte le interferenze della Russia che di fatto inizia una guerra commerciale ai danni dell’Ucraina. Le azioni russe vanno interpretate chiaramente come un’azione volta ad allontanare l’Ucraina dall’UE.

La Rivoluzione Ucraina del 2014 si conclude con la cacciata del presidente Viktor Janukovyč.  Le successive elezioni, tenutesi a giugno del 2014 vedono Petro Porošenko eletto Presidente dell’Ucraina con il 54,7%. A destare qualche preoccupazione sono però le zone orientali (in cui vi è una forte presenza della lingua russa) dell’Ucraina dove il neoeletto Porošenko ottiene tra il 30 e 35% dei voti. Petro Porošenko è un filo europeista e favorevole all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. 

L’esplosione della guerra del Donbass nell’aprile – maggio del 2014 non è altro che una conseguenza dell’annessione della Crimea da parte della Russia. La Russia interviene militarmente in Crimea suscitando perplessità e l’indignazione internazionale, inoltre, il referendum che ha sancito l’annessione della Crimea alla Russia è stato riconosciuto solamente dalla Russia stessa. La Crimea passa così sotto il controllo della Federazione Russa. Di fatto la Russia, aggredendo l’Ucraina, ha violato la Carta delle Nazioni Unite.
Le interferenze della Russia sulle due repubbliche separatiste – ma appartenenti all’Ucraina – saranno sempre molto forti, le esercitazioni militari sono viste spesso come prova di forza e saranno una costante che accompagnerà la Russia all’invasione del 24 febbraio 2022. 

Nessuno è esente da colpe.

La gestione del dissenso e delle rivolte dei separatisti filo russi è stata gestita in maniera tutt’altro che pacifica. La strage di Odessa è forse una delle pagine più nere di questa vicenda. Nazionalisti ed estremisti vari appiccarono un incendio all’interno della “Casa dei Sindacati” dove si erano rifugiati diversi separatisti e simpatizzanti vari. Il gesto costò la vita a oltre 48 persone, ma a colpire maggiormente l’opinione pubblica fu la ferocia di tali efferati gesti: sevizie, mutilazioni e strangolamenti. L’allora governo ucraino minimizzò la faccenda e nessun processo è mai stato celebrato. 
Nel Donbass nessuno è esente da colpe. Gli stessi separatisti, aiutati dalla Russia,  non risparmiano nessuno, sono tantissime le segnalazioni di rapimenti, sparizioni, torture ed uccisioni. A rimetterci sono soprattutto i civili. 

Accordi di Minsk I e II

Per provare a dare una risoluzione alla guerra del Donbass, dopo una lunga e complessa mediazione viene sottoscritto a Minsk (Bielorussia) il cosiddetto accordo di Minsk (settembre 2014). Il protocollo venne sottoscritto da Ucraina, Russia e dai due rappresentanti delle repubbliche separatiste con la Francia di Hollande e la Germania di Angela Merkel a fare da mediatori. 
In sintesi, l’accordo prevedeva il cessate il fuoco, un decentramento del potere che garantisse una sorta di autonomia alle repubbliche di Doneck e Lugansk e la rimozione di gruppi illegali armati. L’accordo però ha scarsa efficacia, continuano le ostilità e i rimpalli circa le responsabilità delle violazioni dell’accordo di Minsk I. 
Minsk II venne sottoscritto nel febbraio 2015 dall’Ucraina di Porošenko e dalla Russia di Putin con Francia e Germania a fare nuovamente da mediatori e il coinvolgimento dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).  Questo secondo accordo sostanzialmente riprendeva il precedente protocollo con l’aggiunta di alcuni punti chiave come il ritiro degli armamenti, elezioni a Doneck e Lugansk con l’Ucraina che si impegna a riformare la costituzione che preveda una sorta di legislazione speciale per le suddette repubbliche. Curioso il punto 5 dell’accordo in cui sostanzialmente si opera un colpo di spugna: “amnistia e la proibizione di inchieste penali e condanne per coloro coinvolti negli eventi avvenuti nelle aree autonome delle regioni di Donetsk e Lugansk.”

Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, oggi.

Zelens’kyj è un’incognita, ma la sua strategia di comunicazione politica, con l’uso coordinato e sapiente dei social risulterà vincente.
Zelens’kyj, attore, comico e laureato in giurisprudenza a Kiev, non ha un passato politico e non lo era nemmeno. Nel 2019 vince le elezioni con il 73% dei voti, il governo di Putin appare, almeno in un primo momento, conciliante e dichiara: “Kiev ha votato per il cambiamento“. Ma non solo. Zelens’kyj, di origini ebraiche, viene dall’est dell’Ucraina e la sua famiglia è di madre lingua russa. All’epoca della sua elezione diverse testate internazionali sottolineano come Vladimir Putin sia ora molto più vicino all’Ucraina e che Zelens’kyj non è altro che una sua ennesima pedina.
I fatti però mutano rapidamente lo scenario ipotizzato. Le prime dichiarazioni di Zelens’kyj sono chiare, soprattutto quando gli viene chiesto un parere su Putin. La risposta fuga qualsiasi dubbio: “che sarebbe l’ora di ridarci la Crimea e il Donbass, compensarci economicamente per le perdite materiali e umane di questi anni”
Forse non ci si aspettava che il neoeletto Presidente fosse favorevole all’Unione Europea e all’ingresso nella NATO, d’altronde le sue origini avevano fatto pensare a tutt’altro. 
Sarà proprio il volere l’ingresso nella NATO a spingere la Russia ad aggredire l’Ucraina e ad iniziare l’invasione il 24 febbraio 2022. A nulla sono valsi i negoziati che si sono susseguiti dopo l’elezione di Zelens’kyj dal 2019. 
L’eventuale espansione della NATO, tra l’altro richiesta dalla stessa Ucraina (già con Porošenko nel 2014) non è una valida motivazione a legittimare una brutale aggressione. Non lo sono nemmeno i fatti nella guerra del Donbass, visto e considerato che anche la Russia è direttamente responsabile delle atrocità commesse nelle due repubbliche separatiste, anzi è proprio il diretto coinvolgimento della Russia nei fatti di politica interna a ribadire come tali interferenze siano state una costante. La denazificazione (riferito al battaglione Azov) come la chiama Putin, è un’opera che non spetterebbe certamente alla Russia, ma soprattutto è una motivazione ipocrita visto che lo stesso esercito russo sta inglobando miliziani della peggior specie come ad esempio Ramzan Kadyrov, leader della Cecenia accusato di crimini di guerra e atrocità varie. Quest’ultimo ha dichiarato che bisogna “chiudere gli occhi di fronte a tutto, per consentirci di farla finita in un paio di giorni”. 

Guerra e Pace. 

La pace deve essere l’unica soluzione da percorrere. Il dramma che si sta consumando in Ucraina è una catastrofe umanitaria. L’ONU ha stimato che i rifugiati ucraini sono oltre 3 milioni, un numero destinato a crescere ulteriormente. 12 milioni sono le persone direttamente coinvolte nel conflitto che al momento devono affrontare una non facile situazione. Migliaia le vittime i cui però numeri restano ancora incerti.
I negoziati appaiono molto complessi, la via della pace è lastricata da una serie di difficoltà insormortabili: nessuno vuole cedere e la Russia, che forse credeva di poter risolvere il conflitto senza particolari difficoltà, sta mettendo in atto un feroce e indiscriminato bombardamento volto a sfinire la popolazione ucraina. Ciò rende la via della pace tortuosa.
L’invio delle armi, da parte di molte nazioni, suona come un incitamento alla guerra che allontana inevitabilmente la pace. Si vis pacem, para bellum, dicevano i romani, se vuoi la pace, prepara la guerra. Forse nel caso ucraino ciò calza a pennello. 
La brutale aggressione subita e i continui bombardamenti hanno inasprito il quadro generale, difficilmente la popolazione ucraina accetterebbe una pace che li vede totalmente sconfitti e privati della loro terra. 
La situazione è complessa, fornire armi significa alimentare la guerra, non fornirle significa abbandonare l’Ucraina al suo destino e condannarla definitivamente ad un futuro incerto. Da qualsiasi punto la si guardi (pro armi o contro le armi) la questione appare di assoluta incertezza. L’unica certezza è che l’Ucraina sta pagando un prezzo altissimo: donne, uomini e bambini vengono sacrificati, il loro futuro cancellato, la loro terra martoriata. 

Benito Rausa

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