Ecco perché dico NO – Parte VI ed ultima (CNEL, democrazia diretta e forzature dell’iter “ricostituente”)

Oggi, nell’ultimo estratto del mio scritto sulla riforma costituzionale, mi soffermerò sul CNEL, sulle novità apportate agli strumenti di democrazia diretta e sulle forzature che hanno caratterizzato l’iter del disegno di legge riformatore.

Nell’ottica del “taglio dei costi della politica”, obiettivo spesso strumentalizzato a fini populisti per ottenere facili consensi, verrà abolito il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), organo che, nelle intenzioni dei padri costituenti, avrebbe dovuto svolgere, a fianco dei partiti, funzione di rappresentanza con riferimento alle istanze di particolari categorie sociali (con tanto di poteri di iniziativa legislativa) ma che, in realtà, a seguito dei repentini e complessi mutamenti sociali, ha svolto funzioni marginali di carattere consultivo. Nonostante i politici autori della riforma vadano gridando al miracolo, è sufficiente ricordare che sarebbe bastata una “leggina” costituzionale con la quale ci si poteva limitare ad abrogare l’articolo 99 della Costituzione (che prevede e disciplina, appunto, il CNEL), senza stravolgere 47 articoli (su 139) della Carta Fondamentale del nostro ordinamento. Ah, mentre il Governo promette 20 milioni di risparmio, è opportuno notare che, in realtà, esso costi 8,7 milioni, 4 dei quali destinati al personale che non verrà licenziato ma soltanto trasferito.

Il ddl costituzionale, poi, apporta delle fumose novità con riferimento agli strumenti di democrazia diretta rimandate, per lo più, a successive leggi costituzionali (relative, ad esempio, all’introduzione dei referendum propositivi e di indirizzo). Nel frattempo, però, diventerà subito vigente la nuova soglia di 150.000 firme (in luogo delle attuali 50.000) per la presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare, cui dovrebbe fare da contraltare un obbligo di discussione attualmente assente ma che, come accennavo, è rimandato a successive leggi che non è detto che saranno mai approvate (basti pensare al precedente della legge sull’organizzazione sindacale, prevista dall’articolo 39 e mai approvata dal 1948 ad oggi). Allo stesso modo, entrerà in vigore immediatamente anche il nuovo tetto di 800.000 firme per la proposizione di un referendum abrogativo con un quorum strutturale del 50% +1 dei votanti alle ultime elezioni della Camera; nel caso in cui non lo si raggiunga, saranno sufficienti le attuali 500.000 firme ma verrà applicato il canonico quorum del 50% +1 degli aventi diritto.

Uno degli argomenti con il quale i “ricostituenti” cercano di tutelare il proprio operato è che la riforma incide solo sulla Parte Seconda della Costituzione, denominata Ordinamento della Repubblica, lasciando intatta la prima, intitolata Diritti e Doveri dei cittadini; tuttavia, è molto semplice muovere un’obiezione. Se si modifica l’architettura istituzionale dello Stato (disciplinata, appunto, dalla Parte Seconda), con il concreto rischio di dar vita ad una svolta autoritaria in virtù dell’eccessivo potere concesso alla maggioranza di Governo, come sarà possibile esercitare i diritti riconosciuti dalla Parte Prima (la libertà di espressione di cui all’articolo 21, l’eguaglianza del voto che trova fondamento nell’articolo 3 e, soprattutto, la sovranità popolare riconosciuta dall’articolo 1, mortificata dai capilista bloccati alla Camera e dalle elezioni di secondo grado per il Senato)?

Vi è poi un luogo comune falso e privo di qualsivoglia fondamento concreto: “I giovani voteranno Sì per il cambiamento, i vecchi voteranno No perché hanno paura del nuovo”. Prima di tutto, ritengo ridicoli slogan di questo genere, fondati sul “Largo ai giovani (in quanto giovani)”(o “Largo alle donne in quanto donne”). No, largo a chi è competente, a prescindere dall’età, dal sesso o da altri discriminanti che nulla hanno a che vedere con le reali capacità di ognuno (sulle quote rosa ritengo che esse debbano avere una funzione meramente transitoria, finalizzata ad abituarci ad avere donne ad occupare ruoli di prestigio, in modo tale da sconfiggere i pregiudizi di una società maschiocentrica). Inoltre, per quel che riguarda il referendum, dal basso dei miei 23 anni, non sono affatto favorevole ad un cambiamento a priori e, soprattutto, fatto tanto per farlo (una delle cose che più si è sentita, negli ultimi mesi è: “Questa riforma non è buona ma è meglio di niente”). I cambiamenti vanno ponderati adeguatamente e, se questo è il cambiamento, preferisco che resti in vigore il sistema attuale. D’altro canto, la Costituzione Italiana (e della maggioranza degli Stati contemporanei) è una costituzione rigida e, in quanto tale, non dovrebbe subire modifiche in base ai capricci della maggioranza di governo, ma solo a seguito di decisioni largamente condivise e frutto, quindi, di un dibattito pressoché omnicomprensivo, come accadde in sede di approvazione della Carta Fondamentale.

Proprio per questo motivo, un ultimo accenno doveroso è quello relativo all’iter con cui tale riforma è stata approvata dalle Camere, all’insegna di forzature costituzionali e dei regolamenti parlamentari, quali la sostituzione dei membri della Commissione Affari Costituzionali in dissenso con la maggioranza del partito di governo (Mauro e Mineo), in contrasto con l’articolo 67 che pone il divieto di mandato imperativo, la c.d. “tagliola”, ovvero il contigentamento dei tempi di discussione riservati al dibattito in Aula, le “sedute-fiume” svoltesi anche di notte, il “canguro”, ovvero l’accorpamento di emendamenti simili che alla caducazione di uno di essi, determina il contemporaneo rigetto di quelli dal contenuto analogo, previsto dal comma 8 dell’articolo 85 del Regolamento della Camera, ma non da quello del Senato dove, ciononostante, è stato utilizzato.

Quanto all’Italicum, poi, il senatore Stefano Esposito ha fatto ricorso all’espediente del “supercanguro”, ovvero l’anteposizione all’inizio del testo di legge di un emendamento premissivo che, in maniera dichiarativa e non normativa, riassume il contenuto degli articoli successivi il che determina che, una volta approvato, decadranno tutti gli emendamenti legati agli articoli successivi poiché, ai sensi del comma 2 dell’articolo 97 del Regolamento del Senato, non sono ammessi emendamenti in contrasto con deliberazioni aventi ad oggetto argomenti già trattati nel corso della medesima discussione.

A tutto ciò, si aggiungono diversi “cambi di casacca” avvenuti dall’inizio di questa legislatura, la XVII; nel dettaglio, da marzo 2013, 252 parlamentari (il 26%, molti dei quali decisivi ai fini dell’approvazione della riforma) hanno lasciato lo schieramento nelle fila delle quali sono stati eletti, il che lascia spazio a numerose perplessità inerenti il fatto che persino la Costituzione, la pietra miliare e fonte suprema del nostro ordinamento, sia stata ridotta a strumento dei “ricostituenti” per perseguire la realizzazione di interessi particolaristici, così come ulteriormente dimostrato da esponenti politici del “centro-sinistra” che, se dieci anni fa si opponevano nettamente al progetto di riforma costituzionale di Berlusconi e Bossi, la c.d. “devolution”, oggi sono fautori di una riforma che, nei contenuti, non se ne discosta più di tanto. Basta recuperare le dichiarazioni del 2006 di esponenti politici pronti a dare la vita pur di non far passare la riforma voluta dall’avversario politico di turno (Berlusconi) quali Franceschini (che definiva Berlusconi nemico “della Costituzione su cui lui stesso ha giurato” e che affermava: ”Nessun cittadino merita di passare dalla Costituzione di De Gasperi e Terracini a quella di Calderoli”; già meglio Verdini), Finocchiaro, Fassino e gli ultimi due Presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella (con quest’ultimo che stigmatizzava una riforma approvata “pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla vostra maggioranza”, salvo non muovere un dito per l’attuale tentativo di riforma, partorita in un modo del tutto analogo), cui si aggiungono giuristi come Stefano Ceccanti e Franco Bassanini, anch’essi, dieci anni fa, contrari alla riforma ma che, oggi, dopo essere stati folgorati sulla via di Damasco, o meglio, di Rignano sull’Arno, sono diventati portavoce accaniti del “Basta un Sì”. Del pari (se non ancor più) preoccupante è un report del colosso bancario-finanziario JP Morgan che, nel 2013, nello stigmatizzare elementi dell’ordinamento italiano quali “leadership debole, stati centrali deboli rispetto alle regioni, la tutela costituzionale dei lavoratori (qualcuno ha detto Jobs Act?), il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi”, tutti limiti inadatti “a favorire la maggiore integrazione dell’area Europea”, sembra aver dettato le linee guida della riforma, ciecamente copiate dagli obbedienti “ricostituenti”. D’altro canto, costoro nulla hanno a che vedere con i membri dell’Assemblea Costituente, politici abili, dotati di lungimiranza e caratterizzati da tutt’altro spessore politico e morale che, a cavallo tra il 1946 e il 1947, hanno redatto la nostra Carta Fondamentale in maniera chiara, intelligibile e coerente (e le cui intenzioni e il cui punto di vista andrebbero rispettati tutt’oggi); uomini come De Gasperi, Nenni, Togliatti, Calamandrei, Terracini, Pertini…ecco, siamo passati da Pertini a Verdini. E’ evidente il decadimento qualitativo degli ultimi settant’anni; volete davvero cristallizzarlo in una Costituzione scritta dal già condannato e pluri-indagato Denis Verdini? Io dico NO! E voi?

Sono Christian Ferreri, soldato della Costituzione e, nel ringraziarvi per la vostra attenzione, mi auguro che il mio sforzo abbia contribuito alla formazione di un’opinione critica e consapevole sul progetto di riforma che sarà oggetto del referendum oppositivo di domani.

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