Il mitico cedro di P.zza Cascino fa testamento. “Apocalypse now”: quando le catastrofi sono…’piatti da slow food’!

Se la donna è ‘danno’, la primavera vuol dire ‘inganno’! Sarà forse perché il sereno dei giorni scorsi, ha ceduto il posto all’arrivo di una inaspettata ondata di maltempo, e, per quanti avessero ceduto alle lusinghe della bella stagione ormai giunta, la delusione non si è fatta attendere, o meglio…non da sola!…Piove infatti copiosamente da qualche giorno su alcune delle ‘anime’ più inguaiate del centro Sicilia, quelle dei piazzesi, che quest’oggi, tra una scrollata e l’altra del capo tra le mani, vaganti increduli, boccheggiano attorno all’ennesima tragedia sfiorata e ad un’altra speranza spezzata: il gigantesco albero secolare di P.zza Gen. Cascino è…crollato! Sì, l’ombroso gigante buono, che con la sua mole di saggezza ha tenuto al riparo e custodito proprio di tutto, dagli schiamazzi dei bambini, agli amori domenicali degli adolescenti, passando per le chiacchiere di paese degli affezionati avventori del ‘circuito Botteghelle’, ha deciso in ultimo di andare in pace a riposare stramazzando lungo e imponente sul pavimento della piazza dopo una lenta agonia. Esentato per cause naturali da eventuale esame autoptico, il bell’alberone secolare dai rami svettanti, gioia della vista, e pena delle cervicali più deboli, pare non debba aver deciso proprio tutto da solo: da indiscrezioni magicamente materializzatesi fin dalle prime ore di questo martedì 4 aprile – e che non smentiscono una altrettanto secolare tradizione di spetteguless che in Sicilia arriva puntuale insieme al ‘consolo’ del lutto – sembra che il vegetale soffrisse già da tempo di problemi legati alla conformazione delle sue radici troppo poco sviluppate in lunghezza per reggerne il peso e la statura, oltre che gravato dal peso degli anni, e si parlerebbe inoltre di ‘tentativi’ di rianimazione e aiuti offerti ‘generosamente’ e soprattutto in via del tutto gratuita per tentare di raddrizzarne le sorti. Ora, se gli aiuti offertigli in passato sarebbero da collegare alla ingegnosità proverbiale di chi quasi quotidianamente fa passare la barbara mutilazione degli alberi ornamentali di piazze e viali armerini per ‘potatura’, tra uno sguardo (professionale, eh!) e l’altro ai deretani delle passanti, allora l’iter dello sfortunato vegetale sarebbe comodamente da paragonare a una triste fase eutanasica degna dell’indimenticabile “protocollo Cazzaniga”! Insomma, tra un occhio e una croce ormai fatta sull’albero defunto, ci sarebbe più di un presupposto a diagnosticare l’accaduto come “ennesimo dannoso risultato di un operato mal svolto e portato alle sue estreme conseguenze”. Come non ricordare un episodio analogo verificatosi qualche tempo addietro in una delle popolari piazze del centro storico di Catania, laddove il crollo di una palma portò con sé anche una vittima, ‘colpevole’ solo di sostare – come abitualmente si fa nelle piazze o in prossimità di un’area deputata ad accogliere il verde pubblico – comodamente su di una panchina nei pressi della pianta. Anche per la palma catanese, però, un’eutanasia lenta e nessuna causa da ricondurre al cattivo tempo, ma solo ad un’incuria taciuta e trascurata. Per il resto, è tutto un gran vuoto: se ne va per Piazza Armerina un simbolo del suo passato dignitoso. E per quella che è una comunità che di passato dovrebbe nutrirsi e che dal passato dovrebbe essere aiutata a riemergere, il semplice abbattersi rovinoso di una pianta, suona in verità come l’abbattersi di una calamità, o piuttosto di una sconfitta sulle teste della comunità intera, sempre più deficiente di quella tutela necessaria da parte degli organi deputati al mantenimento di un decoroso stato di civiltà. Dal crollo ormai lontano del muro della chiesa di Santa Maria dell’Itria nel quartiere Canali, passando per il cedimento del muro sottostante la Chiesa del Carmine al Casalotto, fino all’odierno abbattersi del grande cedro di P.zza Cascino nel pieno nell’ ex ‘salotto buono’ cittadino: la pigrizia con cui si consumano le catastrofi piazzesi, tutte preannunciate da uno stato di incuria puntualmente sottovalutato e servite lentamente come si fa col ‘piatto della vendetta’ o con le portate di un ristorante slow food, lasciano in bocca quell’amaro retrogusto apocalittico del presagio, lo stesso presagio per cui è spiacevole ma azzeccato guardare alla Piazza Armerina antica, rigogliosa, prospera e monumentale, come ad una nuova Babilonia, funestata com’è da eventi persecutori che ne preannuncerebbero la capitolazione ormai alle porte, e dunque in perfetta linea con la storica città sumera, della cui futura caduta già testimoniavano i seguenti versi biblici di Isaia, circa 200 anni prima:

Is 13,19 Babilonia, perla dei regni, splendore orgoglioso dei Caldei, sarà sconvolta da Dio come Sòdoma e Gomorra. Non sarà abitata mai più né popolata di generazione in generazione. L’Arabo non vi pianterà la sua tenda né i pastori vi faranno sostare le greggi. Ma vi si stabiliranno le bestie selvatiche, i gufi riempiranno le loro case, vi faranno dimora gli struzzi, vi danzeranno i sàtiri. Urleranno le iene nei loro palazzi, gli sciacalli nei loro edifici lussuosi. La sua ora si avvicina, i suoi giorni non saranno prolungati.

Non da Dio, ma di certo sconvolta come Sòdoma e Gomorra, e non essendo, per ‘ovvie’ ragioni indotte, tagliata per ricoprire il ruolo di capitale della cultura, la nouvelle Babylone armerina va in controtendenza e sfida i pronostici, pronta com’è a trasformarsi in nuovo centro di conversioni spontanee per atei incalliti! A dimostrarlo sono i recenti miracoli che delle tragedie evitate sono l’unica risposta plausibile, non essendoci in ciò, prove alla mano, responsabilità alcuna da parte degli organi amministrativi preposti, che, come legge di natura umana vuole, sono gente fatta di carne, ossa, sangue, e…pochi fatti! Sarebbe opportuno, per gli osservatori delle dinamiche quotidiane della realtà locale, nonché inquadrando il problema in un’ottica propositiva, che il vissuto e il destino di ogni singola pietra o suppellettile – dai più banali al più degni di nota – collocati nell’area del contesto urbano o meno – ma pur sempre di pertinenza del Comune – venisse preso normalmente a cuore, prestando attenzione alla sua tutela e preservazione con tutti i mezzi e il buonsenso necessari. E dacché i miracoli di Piazza fruttano conversioni, nonché auspicando che le volontà testamentarie del cedro non comprendano lo smembramento del suo legname per la costruzione di nuovi inutili seggi comunali, attireremmo di certo consensi qualora immaginassimo il caro, vecchio albero lassù in un mondo migliore, lontano dal verde pubblico di quel Comune che non ne meritava l’ombra refrigerante, magari a ristorare l’anima del servo della Patria, il Generale Cascino. Ma, come dimenticare che alla frescura ombrosa degli alberi trovava rifugio l’inventiva di pittori e poeti! Ecco dunque i seguenti versi di Trilussa (1873-1950) come degno commiato a quello che, fino a qualche ora fa, è stato un simbolo cittadino:

 

IL TESTAMENTO DI UN ALBERO

Un Albero di un bosco chiamò gli uccelli e fece testamento: — Lascio i fiori al mare, lascio le foglie al vento, i frutti al sole e poi tutti i semi a voi. A voi, poveri uccelli, perché mi cantavate le canzoni nella bella stagione. E voglio che gli sterpi, quando saranno secchi, facciano il fuoco per i poverelli. Però vi avviso che sul mio tronco c’è un ramo che dev’essere ricordato alla bontà degli uomini e di Dio. Perché quel ramo, semplice e modesto, fu forte e generoso: e lo provò il giorno che sostenne un uomo onesto quando ci si impiccò.

 

Ambra Taormina

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