Luci e ombre sul sacro: La rinascita di San Pietro e il degrado di S. M. di Gesù. – Di Ambra Taormina

13987140_10206933747683180_557653917_oVicende, vicissitudini e future vivificazioni della monumentalità chiesastica a Piazza Armerina. Luci e ombre sul sacro: La rinascita di San Pietro e il degrado di S. M. di Gesù.

Maggio 2016. Piazza Armerina riscopre il chiostro di San Pietro.

Come chi, quasi in obbligo con l’anzianità, tira le somme della propria esistenza terrena, così novembre ormai inoltrato ci ispira il normale, mentale ripercorrere di un anno di cui si attende ormai la fine imminente. Un percorso a ritroso quello del 2016, che accompagna la città e i cittadini a sentirsi piacevolmente segnati e quasi timidamente straniti dal cospetto di un evento pantagruelico (direbbe il caro, vecchio Rabelais), per la buona dose di interessante scalpore che esso ha inevitabilmente suscitato. Maggio – non per il suo cadere quasi a metà dell’anno – è stato infatti un ‘mese spartiacque’ nonché decisivo per l’entusiasmo profuso nel far rivivere il cuore pulsante della monumentalità chiesastica armerina. Dal 14, le porte del chiostro cinquecentesco del Convento francescano di San Pietro – edificato nel 1504 dal frate laico Fra Ludovico Vaccarotti per una questione che piacerebbe definire di ‘comodità’ pratica – si sono spalancate a un pubblico curioso e positivo, in un tripudio di flash che lo hanno immortalato – per la prima volta dopo anni – nello splendore che di certo dovette appartenergli un tempo; vivificato per un’altrettanta prima volta, da una veste laica protesa verso un abbozzo di rinnovata sacralità mediata della mostra “Figurazione e Trasfigurazione”. Eclettismo acceso e stuzzicante quello di un’esposizione artistica varia e raffinata, sorta all’ombra dei buoni auspici del suo titolo che riconducono la mente a vagheggiare della trasformazione insita nella trasfigurazione come ‘cambiamento’; cambiamento come rinascita del sacro piazzese che rappresenta il totale della monumentalità cittadina, o piuttosto, se letto in chiave cristiana, come il far mostra di un’essenza che è divenuta autentica solo dopo essere stata falsata per un certo tempo. Il finanziamento del restauro, dovuto alla scorsa amministrazione, ha certamente acceso le luci su un probabile futuro di conquiste che contemplerebbe il risorgere ormai auspicato di un interesse per il recupero e la restituzione alla pubblica fruizione. Del resto, il restyling di San Pietro, ha riallacciato i ponti con una tradizione che si era interrotta, ristabilendo un rapporto di filiazione con un ben noto passato fortunato, quello in cui i monumenti ecclesiastici piazzesi potevano bearsi di stare ‘al soldo’ della florida nobiltà locale, frequentemente compiaciuta di aggiungere una tessera in più al mosaico della personale prosperità. La chiesa, pur nella sua non meno esaltante sobrietà, è infatti sede privilegiata delle sepolture di componenti di alcuni tra i più illustri casati armerini – da ricordare le famiglie Trigona, De Assaro, Sanfilippo, Boccadifuoco, Polizzi, Micciché del Consorto e Tirdera (tra questi la supposta sepoltura di tale Suor Arcangela, morta in odor di santità all’età di cinquant’anni) – che ivi iniziarono ad edificare sontuose cappelle di grande pregio artistico a partire dal 1624, le stesse che negli anni scorsi hanno potuto godere di restauri e migliorie anche grazie a donazioni di famiglie tanto volenterose quanto sicuramente abbienti, e che è possibile ammirare affacciarsi fiere su entrambi i lati della navata centrale in tutta la loro austerità e bellezza, tanto da aver reso fama al complesso di San Pietro con il noto appellativo di ‘pantheon’. Insomma, una ventata d’aria fresca all’ombra dell’influsso benevolo dell’alta croce in pietra che si erge maestosa e intatta agli occhi di cittadini e devoti da ben 410 anni sulla centralissima Via Gen. Ciancio, e che attualmente si proietta quale ‘capostipite’ di tale circuito di magnificenza monumentale rinata, grazie alle attività ricreative che ne costituiranno il fine precipuo per i tempi a venire.

Memento mori nel complesso monumentale di Santa Maria di Gesù.

Recitavano così alcuni versi lasciatici in eredità della penna della poetessa vittoriana Christina Rossetti, nel cui ambiguo riecheggiare sembrano darci l’impressione di essere stati ‘buttati giù’ in sorprendente riferimento al complesso monumentale dei frati minori osservanti di contrada Rambaldo. E ciò non solo per l’evidente combaciare del periodo ultimo in cui il luogo in questione dovette sorbirsi la compagnia di un ultimo scampolo di compagine religiosa (l’ ‘800, appunto), ma sicuramente poiché alle orecchie di noi moderni, a suonare familiari sono i concetti di ‘rovina’, ‘tenebra’, ‘oblio’ e ‘tormento’ per quel nulla che si è fatto e che si continua fare, nonché posti a sigillo a ricordarne l’attuale condizione di totale abbandono sordamente rischiarata, tra l’indifferenza di tanti, dal forzato bagliore di due riflettori: unici sinistri guardiani dell’intero monumento. Il convento di Rambaldo, da felice nidus et seminarium sanctorum che fu sin dai tempi della sua fondazione fino a circa un secolo dopo, morigerata sede di discussione di importanti decisioni del calibro della “Riforma delle vocazioni” dell’Isola, nonché luogo eletto dagli anacoreti per l’osservanza delle rigide regole di vita ascetica, si presenta oggi quale rifugio esemplare del fallimento della fruibilità dei monumenti piazzesi, culla del volgare inasprimento di un difetto di ingegnosità locale reiterato per anni. Le condizioni a dir poco allarmanti del complesso architettonico – per via dei ripetuti cedimenti strutturali – offrono alla vista di chiunque transiti nei pressi dell’area, l’impietosa immagine delle mura conventuali ridotte in brandelli, e dall’equilibrio precario ma quasi ‘vocazionale’, apparentemente, anzi certamente irrecuperabili nelle fattezze originarie secondo una modalità differente dal rifacimento totale, che porterebbe suo malgrado, a falsare l’originalità della struttura con perdite di rilievo dal punto di vista artistico-architettonico, nonostante tale modus operandi si qualifichi come unico per intervenire incisivamente. Sempre considerando la visuale del contesto nel suo complesso, il prospetto della chiesa – costituito da ampie logge nelle quali permangono ancora stralci di affreschi un tempo certamente ricchi e vivaci – sembra dare l’impressione di una certa integrità strutturale, senza considerare i cedimenti interni e lo stato generale di incuria sia all’interno che all’esterno, in cui erbacce e rifiuti di varia natura – segno della costante frequentazione dell’area da parte di incivili – fanno da contorno per tutto il perimetro dello spiazzale adiacente il vecchio cimitero monumentale il quale ricorda l’antico nesso medievale tra sepolture ed edifici religiosi, e anch’esso parte integrante del complesso, nonché fondato intorno ai primi decenni del sec. XIX in quella che era stata un tempo la selva del convento in cui i frati si ristoravano coltivando l’orto. Cimitero monumentale che da selva si è riconvertito nuovamente in selva per il conclamato stato di abbandono notevole all’interno, essendo le sepolture (molte delle quali ormai senza identità) popolare bersaglio di profanazioni dal fine ben poco chiaro, complice l’altrettanta totale mancanza di un sistema di videosorveglianza che gioverebbe non poco – tenendo conto dei costanti crolli delle mura di cinta in vari punti e che sarebbe funzionale, quantomeno – essendo che il restante degrado circostante non ne ha di per sé ormai gran necessità – a tutelare l’eterno riposo degli illustri trapassati che, a cominciare da più di un secolo addietro, lo deputarono a propria dimora ultima. Ad oggi, il complesso monumentale di S.M. di Gesù, che vide la luce nel 1430, gode di una fratellanza che è purtroppo solo simbolica con quello di San Pietro. Nonostante entrambi abbiano funto da ricovero dei frati francescani della città, il destino che li ha toccati, momenti infelici a parte, è stato visibilmente e volutamente diverso. Al di là di quel lasso di tempo di un secolo, lo scarto tra i due conventi non è attualmente più solo cronologico: S.Pietro è allo stato odierno il fulcro di un culto ritrovato per la monumentalità sacra a Piazza Armerina, una specie di forziere che aspettava di essere riaperto per mettere in mostra i suoi tesori, complice la posizione favorevole nel pieno centro cittadino, Santa Maria di Gesù è, al contrario, caduto nell’oblio. Interessante a tal proposito, risulta il parere raccolto direttamente dalle riflessioni del concittadino, noto appassionato ed esperto di storia piazzese, Prof. Gaetano Masuzzo, il quale, alla domanda su quale sia, tra i due, il monumento dal maggiore valore artistico, ha risposto classificando il convento di S. Pietro come quello avente, di primo acchito, maggiore rilievo, ma ciò solo in virtù dello stato di recente restauro che ne ha riportato in bella vista il pregio artistico (affreschi ecc…) e che sarebbe anche più alla portata del pubblico, in quanto naturalmente posto nelle condizioni di essere visitato senza particolare necessità di guide (targhe con chiare e brevi spiegazioni sarebbero bastanti). Mentre, riferendosi a S.M. di Gesù, Masuzzo sarebbe più incline ad evidenziarne una manifesta propensione artistica pur senza l’aiuto di restauri (che di fatto non sono mai avvenuti, né sono in programma), per via, tra l’altro, del rinvenimento (nel 2004 tramite Vittorio Sgarbi) dell’affresco della Madonna con Bambino (attualmente custodito nella locale Pinacoteca), nonché per la storia conventuale vera e propria (il convento ospitò parecchi frati morti in odor di santità, e tra questi il beato frate Innocenzo Milazzo); e pur mantenendosi concorde nel giudicare recuperabile soltanto la chiesa, rischiando di falsare quasi totalmente l’aspetto originario del convento col restauro, di per sé difficile da nascondere. Alla domanda se o no la distanza dal centro abitato costituisca un motivo valido per l’abbandono di S.M. di Gesù, il prof. Masuzzo si è espresso positivamente evidenziando come quello della distanza abbia, sin da tempi remoti, rappresentato un ostacolo di peso per via della particolare umidità della zona, causata dal ristagno dell’acqua che la rendeva difficilmente vivibile anche per il manifestarsi della malaria; nonostante ciò la posizione in aperta campagna – del cui lussureggiare dovettero godere un tempo i frati – conserva pur sempre un fascino particolarmente gradito. In ultimo, alla richiesta di una ulteriore riflessione personale sull’ipotetica differenza di pubblica fruizione tra i due complessi religiosi (ipotizzando che possa essere oggetto di restauro anche il convento di contrada Rambaldo), Masuzzo ha fatto notare che di fatto la differenza sarebbe notevole e persistente nel tempo, poiché la distanza di S.M. di Gesù dal centro abitato, costerebbe a quest’ultimo convento delle visite alquanto brevi, condite da attività piuttosto limitate. Per cui, visite al chiostro nel convento vicino, e visite alla chiesa con racconti e aneddoti sulle vite dei frati anacoreti morti in odor di santità dopo essere stati intermediari di miracoli in vita, in quello lontano, con particolare attenzione al verdeggiante panorama collinare piazzese di cui si gode da quelle parti. Lungimirante, secondo il Prof., sarebbe l’ipotetica futura trasformazione del convento di Rambaldo in un albergo a cinque stelle, ad imitazione del “San Domenico” di Taormina; realizzazione ovviamente improbabile, a causa della presenza del cimitero limitante. E se davvero saranno i posteri a sentenziare, a noi spettatori odierni non resta che contemplare, inermi, quel “memento mori” che sembra emanare dai silenziosi ruderi quasi trascendentali del complesso religioso in rovina, una fredda prefigurazione del comune destino ultimo dell’uomo.

Ambra Taormina

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