La necessità di dissociarsi (dal M5S). Di Federico Filetti

Pochi, ed io non sono certo tra questi, avrebbero scommesso all’inizio del 2018 sulla nascita di un governo formato da due forze con programmi opposti ed antitetica legittimazione popolare.
Pochi pensavano che l’ambientalismo delle battaglie NO TAV, NO MUOS e NO TAP, le istanze egalitarie insite nell’idea di reddito minimo garantito e nella Tobin Tax o la retorica della democrazia diretta come strumento per superare le distorsioni della democrazia rappresentativa avrebbero potuto (con)fondersi con misure ultra liberiste come la flat-tax.
Pochi pensavano che la forza politica che ha portato in Parlamento più giovani e donne nella storia repubblicana, categorie storicamente sotto-rappresentate e per questo più soggette a misure lacrime e sangue in periodi di recessione, avrebbe dialogato fino a creare un governo con una forza orgogliosamente machista, maschilista e classista.
Pochi avrebbero potuto predire che una fetta consistente dell’elettorato dei 5 Stelle avrebbe accettato acriticamente qualsiasi scelta del “leader” (parola scritta volutamente in minuscolo e volutamente virgolettata in quanto riferita a Di Maio).
Dopo la sua istituzionalizzazione, il Movimento 5 Stelle ha iniziato un percorso di crescita costante dal punto di vista numerico ma profondamente contraddittorio e discontinuo dal punto di vista ideologico. Per massimizzare la sua base elettorale, ha spinto con forza sulla retorica post-ideologica del “destra e sinistra non esistono più” (NB: destra e sinistra esistono eccome e i loro blocchi sociali sono più vivi e numerosi che in passato), accaparrandosi quindi voti di destra e di sinistra. L’exploit elettorale è stato ottenuto grazie alla coerenza verso molti dei punti della Carta di Firenze, ma dimostrando ambiguità su temi come la tutela delle minoranze etniche e religiose, il ruolo dell’Europa nel gestire il ciclo economico e le proposte economiche e sociali (come ho scritto ad inizio del 2017, attirando non poche critiche dalle tifoserie grilline).
Mai avrei pensato, e come me credo moltissimi delusi di sinistra attratti dalla spinta radicale ed innovativa del Movimento 5 Stelle, che queste ambiguità avrebbero giocato un ruolo centrale nella formazione dell’alleanza con la Lega.
Credevo, forse ingenuamente, che la destinazione più naturale del Movimento 5 Stelle fosse a sinistra-della-sinistra, in un nuovo e grande polo europeo con dentro Podemos, Syriza, Melenchon e il Labour di Corbyn (questo auspicavo nel 2015, in un articolo scritto alla vigilia del referendum greco). E ne ero convinto semplicemente perché gran parte del programma dei 5S è di sinistra e gran parte degli elettori dei 5 Stelle è costituita dagli outsider, le categorie sociali danneggiate dalla globalizzazione ed abbandonate dai partiti social-democratici tradizionali perché è più comodo fare gli interessi dei padroni che quelli dei poveracci.
Credevo che la componente intollerante, formata dagli urlatori da tastiera, dai NO VAX e dai complottisti, fosse minoritaria all’interno della galassia 5 Stelle e per questo non decisiva nell’indirizzo dell’azione governativa.
Mi sbagliavo su tutta la linea.
Come in qualsiasi sistema complesso, però, i processi di causa-effetto vengono influenzati da un grande numero di variabili. E sono indubbie, in questo contesto, le responsabilità del centrosinistra peggiore che la storia ricordi, che ha preferito ingozzarsi di popcorn consegnando il Paese nelle mani dei fascisti invece di indirizzare il consenso di massa dei 5 Stelle verso i binari del riformismo di sinistra (in maniera speculare rispetto a quanto fatto fino ad adesso dalla Lega).
Il risultato è la nascita di un governo Frankenstein, in cui il partito più piccolo gioca da ago della bilancia negli equilibri di maggioranza con una spavalderia degna dei partitini del 3% all’epoca del proporzionale.
Quanto ai fatti, se è vero che qualche timido provvedimento “di sinistra” a firma M5S come il Decreto Dignità – spacciato dai filo-governativi come qualcosa di rivoluzionario – è stato messo all’ordine del giorno, è vero anche che l’azione di questa prima parte di legislatura è stata dettata dalla Lega.
La Lega ha preso il controllo dell’agenda di governo complici l’inesperienza e l’inadeguatezza della nomenklatura grillina e la scaltrezza del Ministro dell’Interno, che a colpi di tweet ha monopolizzato il dibattito pubblico indirizzandolo verso i temi a lui cari – principalmente migranti e sicurezza – e facendogli guadagnare tantissimo consenso in poco tempo. Salvini ha fomentato e continua a fomentare l’indole intollerante di una parte consistente della popolazione, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Con buona pace di Marco Travaglio  – che, riscoprendosi pompiere, ad ogni suo editoriale ci ricorda quanto sia importante separare le due componenti partitiche nella valutazione dell’azione della maggioranza – il giudizio sull’azione governativa deve prendere in considerazione l’unità delle forze che lo compongono, nonostante l’indiscutibile differenza genetica tra Lega e M5S.
Chi, ed io sono tra questi, ha ingenuamente creduto che la componente di sinistra nel Movimento 5 Stelle fosse maggioritaria è obbligato a dissociarsi dall’operato di questo governo anticamera del fascismo e da tutte le altre forze politiche che con le loro scelte ne hanno legittimato l’ascesa.
Chi vede nell’eguaglianza e nella giustizia sociale i propri principi cardine, deve da adesso combattere da apolide politico l’operato di questo governo attraverso azioni quotidiane di dissenso e sensibilizzazione, nell’interesse delle minoranze senza voce.
E’ necessario volgere un occhio attento all’attivismo dei sindacati di base, unici soggetti sinceramente interessati alle sorti degli esclusi e per questo gli unici in grado di poter creare e normalizzare una nuova coscienza di classe in una società atomizzata come quella del nostro secolo.
E’ allo stesso modo fondamentale prestare attenzione all’evolversi di quei movimenti, nati nel disagio di un mezzogiorno impoverito da dieci anni di crisi e da quaranta di malgoverno, che mettono al centro della loro azione solidarietà e mutualismo.
In un momento in cui pochi fenomeni sembrano avere un’evoluzione lineare, ciò che appare chiaro è che l’unico argine alla destra è la sinistra. E anche se molti, quasi tutti, pensano che la sinistra non esista più, guardando bene è possibile scoprire che qualcosa di buono e nuovo sta nascendo. Dal basso ed in silenzio.
Federico Filetti

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