Italia, ‘Istruzione’ per l’uso. Punto di vista, valori, ed echi sociali di una tematica in costante evoluzione

Priorità e nuovi valori da discutere. Dal passato remoto al nostro presente, come è cambiata l’istruzione italiana?

 

Accennare alla parola ‘istruzione’ in un Paese come l’Italia del ventunesimo secolo, significa non dover ricorrere necessariamente ai suggerimenti del dizionario più all’avanguardia; in fondo, basta guardarsi intorno o prestarsi ad un lieve esercizio di mente locale…ed ecco le coordinate coincidere: siamo nel 2017, e il pensiero corre presto alla fulva chioma leonina della bergamasca Valeria Fedeli, ultimo ingresso padronale al Ministero dell’Istruzione nell’era PD.

Non per il trucco, i capelli, o per l’ espressione rassicurante da vicina della porta accanto (meglio se infermiera o cuoca provetta),  ma la ministra Fedeli – vuoi per il suo curriculum in cui grande assente è una laurea, vuoi per i suoi troppi incarichi accumulati a destra e a manca (troppi per una mite maestra d’asilo di provincia con un diploma triennale) – è una espressione genuina del made in Italy. Ma attenzione a come usare le parole: dicesi “espressione genuina” e non “genuina espressione”, le posizioni non sono importanti solo nel grande libro del kamasutra!

…sì, perché dire che la ministra sia una ‘espressione genuina’ posticipando l’aggettivo, dalle mie parti (e da quelle della linguistica, pure!), sottende una chiara intenzione di veridicità, di autenticità, nel senso che lei è genuina vera come l’arancia, il Tarocco della Piana di Catania, proprio quella che di questi tempi va ‘di moda’ sostituire con la ‘gemella tunisina’ che da genuinità è, ahinoi, anticipata come certe facce lo sono da un sorriso poco sincero.

Mi torna in mente che forse, la ministra Fedeli è un orgoglio del made in Italy alla luce di due opzioni per decidere sulla cui più meritevole, lasciare l’ultima parola agli italiani è il minimo consentito, dunque: o è la contraddizione in persona, o è il ‘talento che apre le porte’! E gli italiani, all’ultima opzione, ci credono e per giunta molto! In quanto sognare spetta loro di diritto, e per quello, non sempre serve essere istruiti…non sempre.

Ma se Valeria Fedeli ci appare più come una identità troppo impegnata a rappresentare il minestrone del suo curriculum, sarà forse perché da brava ministrA ha pure imparato a gestire bene il lessico sessista: specie di biglietto da visita che la precede. Come dimenticare, infatti, l’attiva partecipazione che l’ha vista protagonista in prima linea nella battaglia in difesa dei diritti delle donne!?

                                 Valeria Fedeli (PD), ministro istruzione università ricerca dal 12 dicembre 2016

 

E se fortuna ci assiste, la faccia di Valeria Fedeli – checché se ne dica della sua strumentale trasformazione della scuola italiana – non è l’unico volto della nostra istruzione, la quale meriterebbe di essere analizzata partendo da considerazioni ben più ampie, complete, e di belle speranze, che addirittura si perdono in una lunga tradizione occidentale.

Dotto giramondo, valido sostegno della Chiesa di Roma nonché segretario di papa Damaso, Sofronio Eusebio Gerolamo è la figura per eccellenza del maestro d’età tardoantica; variamente rappresentato nella tradizione pittorica europea medievale e rinascimentale da artisti come Giotto, passando per il fiammingo Jan Van Eyck, e il siciliano Antonello da Messina; senza dimenticare poi Leonardo da Vinci, Agostino Carracci, e non ultimo Caravaggio. Gerolamo di Stridone è un Dottore della Chiesa, e attraverso la sua vita, quella mondana di Roma e l’ascetica trascorsa nel deserto di Calcide (Siria) – immerso com’era nello studio attento dei classici greci e latini – su sollecitazione dello stesso Damaso, ci ha restituito la Vulgata, prima versione latina della Bibbia, basata su quella greca detta dei “Settanta”.

                                Antonello da Messina – “San Gerolamo nello studio”, 1474/75 ca. Olio su tavola

 

Grazie alla fama che era riuscito a conquistarsi col suo intenso viaggiare tra Occidente e Oriente, tra studio e devozione cristiana, Gerolamo aveva avuto tempo e occasione di diventare precettore sempre più richiesto dalle matrone dell’antica nobiltà romana. Donne di tutte le età, mamme e figlie, discepole entusiaste le quali convertirono le loro lussuose dimore nella capitale dell’Impero Romano d’Occidente, in veri e propri cenobi domestici in cui si pregava e si meditava sulle Sacre Scritture. Ad esse – alcune, vedove molto giovani di anziani esponenti della gens senatoria – Fra Gerolamo si proponeva di insegnare con saggezza la morigeratezza, scolarizzandole sui principi della vita ascetica e sul digiuno, così da farle prosperare sulla via di una futura santità.

Teologo, traduttore, sacerdote, San Gerolamo ha costruito e diretto intorno a sé una comunità scolastica. Forse, pensarla come comunità, nobilita il ruolo stesso dell’istruzione; forse, perché essa ha da muoversi in un contesto in cui chi vi prende parte costituisce una piccola società: vero e proprio nucleo con diritti, doveri, e buone intenzioni. È bello, è gratificante pensare che chi sta a scuola faccia comunità con il prossimo; tutti imparano stando in comunione, e ciascuno si relaziona e scambia il proprio sapere col suo sodale, in un iter interattivo in cui ad ogni singolo componente spetta di attivarsi per produrre, per dare a sé e all’altro, per trasmettere input.

Da San Gerolamo – protettore di umanisti e studiosi, traduttori e linguisti, e che il martirologio romano ricorda nel da poco trascorso 30 settembre – muovendosi per altre epoche ad esso posteriori, l’agire scolastico di alunni e rispettivi insegnanti quali protagonisti attivi della macchina dell’istruzione, è evidentemente cambiato. In esso sono trascorse prospettive, aspettative, metodi di fare comunità, tematiche dell’insegnamento, esigenze. Insomma, è cambiata la comunità scolastica, chi la educa è stato cambiato, e con esso il modo di educarla. Vediamo di fare chiarezza.

In tanti testimoniano del progressivo dissiparsi dei tradizionalismi a scuola. Comunità scolastiche più miti e obbedienti un tempo, e tutta una istituzione in cui né politica né rivolgimenti culturali di sorta polemizzavano sull’esposizione del Crocifisso, ma in cui quest’ultimo era oggetto di venerazione, rispetto, e simbolo di appartenenza a un culto; comunità in cui la sintonia tra insegnanti e alunni passava per un doveroso rispetto del ruolo del maestro, responsabile autorevole del prolungamento della formazione umana e culturale di ciascuno. L’importanza dei simboli religiosi, come accennato prima, era un dato di fatto nonché valore di riferimento educativo, parte integrante assolutamente normale della cultura somministrata ogni giorno tra i banchi. I custodi del sapere, dibattendosi entro una educazione impartita tra rigore e flessibilità, erano soliti avere a che fare con un’utenza piuttosto attenta e ricettiva.

                                                     Una comune aula scolastica italiana degli anni ’50

 

Più consapevoli che istruirsi non faceva parte della routine, gli studenti italiani di un’epoca come il dopoguerra passavano attraverso una formazione che non comprendeva inutili progressismi portati alle estreme conseguenze, e da cui era – non per colpa di qualcuno – bandita la tecnologia. La scuola era per loro un luogo pienamente aggregativo e in cui approfittare al massimo della preparazione elargita dagli insegnanti, la quale debuttava già all’interno del nucleo familiare: sorta di dimensione informale di un primo indottrinamento, e terreno fertile in cui il futuro studente trovava appoggio e si disciplinava.

Nel tempo, e nei momenti più recenti in cui il nostro Paese ha subito non di rado la violenza delle riforme – costanti e radicate distorsioni della serietà del percorso formativo nella scuola dell’obbligo e all’università – l’istruzione sembra essersi aggrappata a punti di riferimento sempre meno tradizionali e non di rado inconsistenti: ciò che è dato per valido adesso, non lo sarà più tra qualche ora. È una scuola a tempo determinato, e in cui la provvisorietà è la stessa che si appropria dell’identità del precariato che accomuna la maggior parte degli insegnanti italiani nostri contemporanei. Tante pure le forzature dei governi che, susseguendosi a grande velocità, hanno abbracciato nuove priorità stravolgendo ogni volta il modo di vivere la formazione quotidiana nelle aule.

Tanti, gli insegnanti dei nostri giorni che si mostrano riluttanti ad uniformarsi ad un modello scolastico che solo in bassissima percentuale corrisponde al modello passato, considerato più sano, più saggio, e quanto mai fermo. Motivazioni connesse all’inevitabile trascorrere degli anni, direte voi? No: semplici pretesti che si sono insinuati nel mondo delle comunità scolastiche e in cui solo una crescente introduzione della tecnologia rappresenta, se ben dosata, uno stimolo in più e un modo più veloce di apprendere in stretta connessione col resto del mondo.

Certo, non si intenda per tecnologia la gentile, recente, e per certi versi irragionevole concessione della ministra Fedeli, accondiscendente all’utilizzo del cellulare nelle aule durante le lezioni, e non sia mai la novella trovata dell’educazione civica al digitale che – mettendo da parte la consueta lotta su quale lingua straniera debba avere il primato tra inglese e francese – esce fuori dal coro e pretende di insegnare agli studenti come si parla l’arabo, cosicché saranno anche più accoglienti e integranti (o integrati). E va bene che la società è in costante evoluzione ed evolversi è naturale e spontaneo, ma non si può altrettanto negare che la maggior parte di noi, più o meno giovani, proviene da quel vecchio modello di classe in cui il cellulare era bandito come scomodo oggetto di disturbo, e dove in molti apprendevano solo una lingua straniera europea per volta…ma ciò solo in quei rari casi in cui non ammettevano di detestarla più o meno apertamente!

Oggi, la scuola arciriformata del ventunesimo secolo, ci restituisce l’immagine di un’istruzione ‘geneticamente modificata’ che, lontana sì dai tradizionalismi buoni o cattivi, ha perso unicità e stimoli per chi si reca tra i banchi. Troppa e poco dosata, l’eccessiva libertà di cambiamento ha svalorizzato il senso dell’apprendimento riducendolo a una routine vuota e instabile, ad una normalità da sprecare. Nel precariato degli insegnanti italiani si legga a chiare lettere una sconfitta: quella della figura saggia e sacra di chi forma, la svalutazione di chi dona il proprio sapere acquisito con sacrificio per anni e anni di vita, il ritratto imbrattato della scienza di tanti odierni ‘sangerolami’ nei rispettivi studi.

                                      Bari. Ordinaria manifestazione di studenti e precari contro il governo Renzi

 

Anche nella moderna scuola del nonsense, la famiglia ha l’obbligo di rimanere eterna anticamera della disciplina e della formazione umana di ogni futuro individuo socialmente maturo; famiglia come comunità che ricalca la santità dell’antico cenobio geronimiano, e responsabile di guidare intimamente quell’ istruzione individuale che proseguirà poi in una comunità pubblica e più ampia, ma non per questo meno saggia. Entrambe sempre con il comune obiettivo di creare un essere ragionato e ragionevole, lontano dall’essere complice del male sociale.

A seguire, riporto fedelmente delle riflessioni sull’argomento, scritte di proprio pugno da un padre di famiglia che come tale si firmava. Sono riflessioni antiche, dettate dal libero defluire dei sentimenti; parole scritte di getto su un cartoncino ingiallito dal tempo, supporto di fortuna dei tanti pensieri immediati che dovettero affollare la sua quotidianità vissuta alle prese con lo scorrere della vita. Questo comune padre di famiglia, era mio nonno materno. Il brano s’intitola “Istruzione”.

                                                                                                     

                                                                                               Istruzione 

“L’istruzione è un bene migliore di qualunque altro bene temporale <<la nobiltà non è costante, la beltà è cosa effimera>>. La salute è un tesoro facile a perdersi, il vigore del corpo è distrutto dalla malattia e dalla vecchiaia. Soltanto l’istruzione è un bene imperituro, e le doti migliori della natura umana sono l’intelligenza e la ragione.

Non dimentichiamo che la famiglia è la prima scuola dove i nostri figli devono apprendere a vivere perché l’educazione famigliare è la migliore guida che noi possiamo dare.”

Ambra Taormina

 

 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: