Il ‘Signore dei Castelli’

A Piazza Armerina, tour alla scoperta del castello aragonese in compagnia di Giancarlo Scicolone: collezionista e appassionato conoscitore di storia medievale,l’imprenditore gelese è già new entry ufficiale tra i concittadini d’eccezione!

In una meteoropatica mattinata di giugno, ecco che mi accoglie con amichevole stretta di mano, proprio sulla soglia del cancello che protegge da occhi indiscreti e non solo, l’ingresso principale della sua nuova, illustre proprietà: il maniero medievale nostrano più chiacchierato degli ultimi tempi! Lui – ultimo inquilino nonché degno successore del più noto e blasonato Re Martino I di Sicilia, il quale è passato alla storia anche con la felice nomea de ‘il giovane’ – è Giancarlo Scicolone: certo non meno giovane del suo predecessore alquanto lontano, ma di sicuro tanto esperiente imprenditore gelese dalla fama ormai facile e pronta a sconfinare i dintorni del vicinato di piazza Castello, in cui è ormai di casa.

(Nella foto Giancarlo Scicolone, attuale proprietario del castello aragonese)

 

Il Castello Aragonese autentico sigillo di storia a Piazza Armerina

Posto sul versante meridionale del Colle Mira – in una località altrettanto conosciuta come Colle degli Aranci – il Castello Aragonese si offre alla vista dei frequentatori dell’omonima piazza, collocato com’è a voler formare un connubio perfetto con le vicine architetture storiche di edifici e monumenti in quantità, i quali ovunque si affiancano l’un l’altro nella favorevole meta artistica pro-turismo dell’ ex ‘piano dei baroni’.

Di là da importanti dimore quali palazzo Velardita, Trigona di Gerace, palazzo Roccazzella; nel bel mezzo di un interessante percorso alla scoperta del meglio del classicismo rinascimentale armerino, la storia vuole sia stato al centro di importanti vicende non solo cittadine, ma dell’Isola tutta. Pago del contesto parecchio propizio di una città che, nell’arco di tanto tempo, fu punto di riferimento politico, culturale, e religioso.

Re Martino I di Sicilia ne volle l’edificazione alla volta del dominio aragonese post-angioino, nel 1392. E dalla stradicciola ripida che si accosta al suo basamento obliquo di tozze pietre secolari…che il tour abbia inizio!

Un’eredità lunga sei secoli

Di sicuro c’è che fu un passaggio sofferto, quello che a distanza di poco più di sei secoli a questa parte, ha visto la contesa della proprietà del Castello Aragonese viaggiare di mano in mano in un lungo percorso ereditario che dal castellano Giovanni Suriano cavaliere del Santo Sepolcro, ai nobili De Cardines – famiglia napoletana di origini ispaniche come da tradizione – è passato alla famiglia Spinelli – napoletana anch’essa – la quale per molto tempo lo rivendicò come Castello Spinelli. Ciò almeno fino a che il suo penultimo proprietario – il locale collezionista d’arte e numismatico Enzo Cammarata – non lo acquistò nel 1974, e dunque ben prima che se lo aggiudicasse nel 2017 il fortunato acquirente dalla vicina Gela.

Ma dalla sua, Scicolone non ha soltanto la fortuna a sorridergli!…del resto, chi nel quartiere e in città si è già riservato un posto in prima fila nel novero sempre più esteso delle sue conoscenze, di questo intraprendente neo-concittadino ha potuto, di certo, carpire l’incredibile lungimiranza ed il coraggio con cui si porta avanti, coltivando brillanti progetti al riparo delle spesse mura del suo maniero medievale. Non fosse poi che il suo progettare è anche un bel sentire!

Primo impatto fotografico sul Colle degli Aranci

E se nella progettualità duttile dell’imprenditore gelese si cela il bel sentire per l’interlocutore occasionale, ciò che nondimeno colpisce un visitatore alla volta delle pertinenze del castello, è il belvedere. Sistemato naturalmente all’interno della proprietà tra merlature sparse e antichi muretti originali – riordinati come per dar vita ad un primo ben riuscito assaggio di restauro – il belvedere allunga la vista di chi osserva fino alla curiosità di fargli dominare, con occhio insaziabile, la cornice della vallata sottostante che ospita il quartiere Canali (antica Giudecca); per condurlo poi a spaziare ancora su per il calvario al Piano Sant’Ippolito, fino a lasciarlo divagare con lo sguardo per la città tutta, mostrandogliela meravigliosa nella varietà dei monumenti incastonati in panorami da cartolina.

Ma per me – privilegiata neo visitatrice alla prematura scoperta di ciò che ancora per tanti rimane un mistero da svelare – la compagnia  di questo eccellente cicerone d’eccezione, si prospetta già entusiasmante ed oltremodo istruttiva!

Visto da vicino, il castello aragonese si mostra alla luce di tutta la sua singolare vicenda storica, nella quale è transitato dalla funzione di baluardo difensivo dei tempi di Martino I, a quella di carcere dismesso solo cinquant’anni fa. Forte della compagnia della mia sapiente guida, aggirarmi per l’edificio ancora in piena fase di sistemazione, significa toccare con mano l’esperienza di chi, come Giancarlo Scicolone, non fa mistero dei pro e dei contro che inevitabilmente si celano dietro alla responsabilità di possedere una eredità tanto bella e singolare quanto ingombrante. Così, il mio tour alla volta del fu fortilizio di Martino, ha inizio con la premessa coscienziosa del tanto che è già stato fatto, e del tanto che ancora c’è da fare al fine di riportare il maniero secolare al giusto grado di splendore meritato.

Ed è facendomi largo tra i cespugli di erbe spontanee che un po’ ovunque ancora circondano il castello, che comincia la mia passeggiata all’insegna della storia;  su per un accesso che ancora per tanti resta quasi…impenetrabile.

In Tour al castello…

Non appena messo piede all’interno della proprietà, la mia guida si mostra subito ben disposta a premettermi che esserne in possesso non è proprio tutta una questione di…rose e fiori! Cosa per nulla smentibile, considerato che le problematiche che emergono ad un primo sguardo, sono nient’altro che la conferma del grado di abbondante incuria generale di cui il castello sembra aver sofferto per anni. Parecchi i lavori di restauro relativi alla parte esterna e i tentativi di messa in sicurezza già eseguiti in virtù dell’impegno e della buona volontà, e che hanno permesso al novello proprietario di rendere parte dell’edificio fruibile alla visita di qualche curioso occasionale, o di gruppi di turisti volenterosi di passaggio in città.

Ma ciò che un po’ tutti sanno, è che per molto tempo, funzione ultima del castello fu di essere sfruttato come deposito di sanitari; salvo poi venir fatto regredire – col trascorrere degli anni – al rango di vera e propria ‘selva’, per via delle formazioni erbose spontanee spuntate ovunque ad ammantarne le poderose mura, rendendolo quasi del tutto invisibile. Una sorte di certo bizzarra se consideriamo l’importanza della struttura nella forza della sua monumentalità, e nella rilevanza della sua esistenza di secoli. Pertanto, se Martino I non avrà – per lungo tempo – cessato di rivoltarsi nella tomba, diversamente, il suo ultimo acquirente si è già gettato a capofitto nella sfida di un totale recupero; e il rilancio della sua immagine in qualità di futuro volano dell’economia e del turismo armerino, è cosa di cui si può già star certi!

 

…a tu per tu con Giancarlo Scicolone

Combattivo e tanto risoluto, Giancarlo Scicolone, – pur senza far mostra di voler rinunciare ai suoi natali che arridono al clima ben più mite della Piana di Gela non troppo distante – strizza l’occhio al recente spostamento di residenza che lo fa tanto concittadino armerino, e per giunta…tra i più valorosi e battaglieri!

Molto se confrontato con la passività dalla ex amministrazione rea di non avere approfittato dell’opportunità di rientrare in possesso dell’immobile, e di cui Scicolone ha lamentato, senza mezzi termini, l’assenza di interesse proprio nella prima delicata fase di recupero del suo ultimo acquisto. Sì, perché il nostro castello aragonese, rappresenta solo l’ultimo degli acquisti un po’ ‘sopra le righe’ con cui l’imprenditore idealista sembra aver concretizzato la passione di una vita, ovvero quella concernente il recupero degli edifici storici che hanno dato fama alla nostra terra. A dimostrarlo al meglio è l’antica masseria tardo-seicentesca dei principi Trigona  – sita sulla Piana di Gela –  già da tempo entrata in possesso della famiglia Scicolone, con il fine consueto di poter essere restituita alla pubblica fruizione.

…E poi anche collezionista, antiquario amatore, conoscitore appassionato di storia medievale: paga della felice opportunità di chiacchierare per qualche ora con una guida altamente qualificata, pendere letteralmente dai racconti e dalle coinvolgenti spiegazioni proferite dal preparatissimo proprietario del castello, fu conseguenza oltremodo gradevole a fare da contorno ad una esplorazione nel passato, degna della più efficiente macchina del tempo.

Tesori d’arte e misteri in uno scrigno…a ‘cielo aperto’!

In verità, il nostro castello aragonese si presentava in origine costituito da una tipica struttura di impianto federiciano. Con un look dalla base squadrata e mura totalmente diritte, venne eretto in un punto focale del territorio urbano che potesse motivarne il suo utilizzo in qualità di strumento di difesa contro gli attacchi nemici: esattamente come volevasi per una tale tradizione europea di città medievali, nel cui insieme anche Piazza si annovera.

Edificato in un momento cronologicamente successivo alla demolizione di un’altra fortezza più antica – collocata sul punto in cui sorge il chiostro di S. Francesco (oggi anche ex ospedale Chiello) – il castello di Re Martino assunse la sua prima forma nell’arco di non molti anni, sviluppandosi sulle fondamenta di un ex cenobio francescano che proprio sul Colle degli Aranci aveva dimorato almeno fino al XIII secolo.

A suo tempo imponente, era contornato da torrioni che dovettero raggiungere all’incirca i ventidue metri di altezza – poi regrediti alla metà – e di cui resta poco. Altrettanto interessante è la presenza di una cosiddetta torre cava, che essendo più esposta, debole, e dunque più vulnerabile, era per tale motivo raggiungibile attraverso quello che può leggersi come un probabile ‘passaggio d’emergenza’, con tracce visibili in uno dei muri della corte interna.

Gli interstizi chiusi poi artificialmente – e che i più attenti possono osservare da fuori – ci richiamano alla memoria che fino ad un’epoca non troppo lontana, compresa tra l’Ottocento borbonico e gli anni Settanta del secolo scorso, il castello fu adoperato soprattutto come penitenziario.

La memoria del carcere…

Gli interni – tra soffitti crollati e solai decadenti o quasi del tutto obsoleti – offrono al visitatore impreparato il sinistro spettacolo del famigerato carcere ormai dismesso e dall’aria quasi spettrale, e per ricordare il quale, la denominazione di qualche strada limitrofa aiuta i passanti a collocarne l’esistenza in un tempo che fu. Quasi impossibile immaginare come i detenuti di non molti anni addietro, siano potuti permanere stipati all’interno di angusti cubicoli medievali e di camerate che, ad oggi, recano ben visibili i segni degli abusi del sovraffollamento: facile veicolo di trasmissione di epidemie, e causa di morte certa.

Ancora, pesanti portoni d’accesso dalle giganti serrature ottocentesche, aprono ad una dimensione affascinante ma per troppo tempo dimenticata. Poi, qua e là, e di tanto in tanto, la visione diffusa di qualche scampolo di antichità imprecisata a far bella mostra di forme curiose e orpelli da indovinare: gli strani lasciti di chi del castello ha fatto il vissuto. E sugli intonaci invecchiati dagli anni, intatti, anche gli ‘autografi’ con cui i detenuti affidavano al tempo l’esperienza penosa della prigionia.

…e la panoramica della cappella

Graffiti e dediche difficilmente decifrabili, sono inoltre quelli che, con un po’ di audacia, si possono scorgere all’interno del locale della cappella. Scritture in latino, numeri che evocano datazioni, nomi di ipotetici committenti che ancora adesso campeggiano sbiaditi sui muri della grande stanza squadrata, visibilmente abbellita dai resti di un arredo sacro murario. Dalla nicchia sull’altare in cui dovette trovare ospitalità la statua di una madonna, spaziando fino al grande arco duecentesco di forma ogivale che testimonia il sospetto di una edificazione su più livelli, forse proprio a partire dal cenobio francescano preesistente.

Castello aragonese: una intensa progettualità in divenire

È dalla sua altezza panoramica sullo strapiombo delle pendici sud nel quartiere Monte che – a tutto dispetto delle vicissitudini di secoli –  il castello aragonese ha sfidato il tempo divenendo fonte di ispirazione nell’arte pittorica come nella letteratura coeva. Molta la bibliografia storica – locale e non – in cui un posto d’onore è stato giustamente riservato alla trattazione dei suoi trascorsi. Da Ignazio Nigrelli e i suoi saggi di storia medievale, alla classificazione voluta dall’autrice Alba Drago Beltrandi in “Castelli di Sicilia”, solo per citare due esempi. E tra gli acquerelli e le incisioni tipiche da Grand Tour, spuntano persino le prime mappe seicentesche della città a offrire una visuale accennata che ne indica la presenza su quella stessa altura, solo meno contaminata di oggi.

Ma dacché la contaminazione urbana dei giorni nostri rappresenta un grave impiccio per l’imminente rivalutazione del castello, dal canto suo, Giancarlo Scicolone ha fatto proprie una serie di brillanti iniziative che gli consentono di superare le lotte quotidiane contro burocrazia e grettezza umana. Insomma, grandi progetti di trasformazione radicale già si profilano, e, se messi in atto, consentirebbero ai visitatori di tutto il mondo di usufruire del castello aragonese come centro propulsore di un intero, articolato percorso alla scoperta dei tesori di Piazza Armerina, nonché di un’ esperienza capitale a diretto contatto con l’originale atmosfera medievale siciliana.

 

Ritorno al…presente!

Dunque, una volta bandita quella fervida immaginazione che tanto mi aveva fatto vaneggiare di dame e cavalieri, di trombettieri e tamburi di guerra, finanche di Martino il giovane intento a sollazzarsi con una delle sue due spose – la prima, più anziana, Maria di Sicilia; e la seconda, Bianca di Navarra – tra le mura di bifore del ‘piano nobile’, ecco che il ritorno alla realtà mi attende puntuale davanti al portone arcuato dell’ingresso principale, fresco di pittura.

E il clima un po’ più mite della mattinata da principio meteoropatica, è adesso l’ideale a suggellare – con una doppia, conclusiva stretta di mano – la felice conoscenza di un concittadino d’eccezione, al quale va il mio più caloroso in bocca al lupo!

Ambra Taormina

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