Il referendum inutile

Referendum costituzionale: questo binomio evoca alla mia mente una serie infinita di piacevoli ricordi. Infatti, quattro anni or sono, muovendo dalle mie conoscenze in materia di diritto costituzionale, mi spesi in maniera attiva affinché venisse respinto e accantonato uno dei peggiori pastrocchi prodotti dalla politica italiana, il ddl costituzionale Boschi che avrebbe snaturato in maniera irrimediabile la Carta Fondamentale del nostro ordinamento. Se la soddisfazione maggiore fu, senza alcun dubbio, illustrare e contestare in uno scritto, in maniera tecnica, ognuno dei punti della tentata riforma, sia su questo sito che in un convegno tenuto accanto all’attuale Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, in generale, ripensare a quell’acceso clima di dibattiti, discussioni e di incontri continui con i sostenitori di entrambi i fronti (più o meno celebri) non smette mai di stamparmi un radioso sorriso sul volto.

Tuttavia, non una singola oncia di entusiasmo permane in me per la consultazione referendaria che si svolgerà di qui a pochi giorni; del resto, il progetto di riforma e il relativo quesito proposto agli elettori è, sicuramente, molto più banale del precedente e meno stimolante, in termini di elucubrazione teorica e di annessi dibattiti. Sotto questo profilo, lo scarso interesse in me suscitato mi ha lasciato nel limbo dell’indecisione fino a pochi giorni fa; ebbene, paradossalmente, sono stato recentemente convinto a votare sì proprio da una stragrande maggioranza del fronte del no che, con la sua retorica insopportabile, con l’aria dei professoroni che guardano dall’alto verso il basso chiunque e, per non farci mancare nulla, con l’ipocrisia di chi, solamente quattro anni fa, si attestava su posizione diametralmente opposte, mi spinge a non oppormi ad una riforma che, intendiamoci, non ritengo necessaria né, tantomeno, particolarmente utile (visto l’impatto relativamente basso sulla spesa pubblica) o prioritaria, data la grave crisi sanitaria ancora in atto in tutto il pianeta.

D’altro canto, non può che far ridere certa politica che lamenta lo “svilimento del ParlamAnto” dovuto alla presunta “carenza di rappresentanza” che conseguirebbe al taglio dei parlamentari; in base a quale concetto di rappresentanza Maria Elena Boschi è stata eletta nel collegio di Bolzano dall’elettorato di lingua tedesca? O, per di più, come potrebbe mai essere minata la rappresentanza territoriale se eliminassimo da entrambi i rami del Parlamento inutili miracolati eletti per caso e che, in oltre due anni di legislatura, non hanno avanzato alcuna proposta concreta per sostenere e portare avanti gli interessi di quella fetta di territorio che rappresentano? Inoltre, già con la composizione attuale delle Camere, ammesso che le sopraccitate esigenze territoriali che vengano realmente portate avanti da questi sparuti individui, che speranze hanno di essere realmente soddisfatte se non incontrano gli interessi generali del partito cui essi appartengono (o il favore dei loro leader)? Mi preme ricordare che, a tal proposito, nella maggior parte dei casi, i Parlamentari votano provvedimenti pur essendo ignari del loro contenuto, limitandosi a seguire le direttive di chi guida il gruppo parlamentare di riferimento, una situazione spiacevole e che non giustifica la presenza di quasi mille esponenti tra Deputati e Senatori.

Certo, ad onor del vero, è giusto mettere in luce che alcune argomentazioni portate avanti dallo stesso fronte del sì siano un filino ridicole, quale (ad esempio) lo “snellimento e accelerazione” del procedimento legislativo; una falsa esigenza, visto che l’attuale sistema può produrre atti normativi in maniera spedita, stante la volontà politica di farlo e che, giustappunto, non ha natura giuridica bensì politica; per di più, una vera armonizzazione dei lavori delle Camere richiederebbe una profonda modifica dei regolamenti parlamentari, la vera direttrice normativa di ciò che accade alla Camera e al Senato (materia padroneggiata da pochissimi soggetti, nel nostro Paese). Ancor più ridicole, poi, sono le dichiarazioni che guardano a questa riforma come ad un primo passo per il cavallo di battaglia di qualsiasi aspirante padre ricostituente: il famigerato superamento del bicameralismo paritario. Si tratta del falso problema dell’Italia per eccellenza perché, come accennavo prima, non mina in alcun modo la produzione legislativa (che, in realtà, è persino ipertrofica) e, anzi, garantisce un lungo e approfondito esame delle misure che di volta in volta si intende adottare (quantomeno, della porzione di Parlamentari sufficientemente competente).

E’ forse eccessivo, dunque, parlare di referendum inutile? Chissà; ciò che è certo, però, è che a prescindere dal fatto che vinca il sì o che vinca il no, saranno ben pochi gli effetti concreti; la politica dovrebbe smetterla di proporre inutili riforme costituzionali e di ergersi a novellatore di quell’opera perfetta lasciataci in dono dai vari Calamandrei, Pertini e compagni per concentrarsi, piuttosto, su modifiche strutturali attese da decenni, quali la riforma del fisco, della macchina burocratico-amministrativa e del lavoro, le uniche misure che potrebbero rilanciare un Paese mai così in crisi come adesso.

Christian Ferreri

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