‘Art attack’ anti-integrazione!?…A Jesi spopolano i manifesti di ‘INRI’.

Il comune marchigiano a metà tra sconcerto e ammirazione per la provocatoria verve artistica di un ignoto autore.

Multiculturalismo o interculturalismo!? Questo è il problema. Rimane pur sempre il fatto che entrambi i termini (a torto) uniformano due concetti molto in voga di questi ultimi tempi. Sono i tempi dell’Italia dei porti chiusi, dell’immigrazione pretestuosa e dell’agognato(?) controllo delle frontiere, di quelle frontiere che parecchi ancora vogliono sempre dilatate al libero accesso, diversamente dal resto d’Europa: laddove, invece, alla multi/intercultura, si preferisce arridere sì…ma solo in risposta ad un conveniente  ‘riflesso di facciata’!

Però, meglio anticipare sin da subito, che entrambe le parole – in apparenza sinonime – si scontrano un po’ per via di quello che è il loro significato non proprio uguale. Infatti, se il ‘multiculturalismo’  stabilisce una pacifica convivenza tra culture diverse che in uno stesso Stato permangono separate e chiuse entro confini propri, a fargli presto da contraltare interviene ciò che sembra giusto definire come ‘processo di intercultura’, e in virtù del quale si promuove un vero e proprio  ‘programma di fusione’ che in molti casi diventa addirittura annullamento delle rispettive identità fra le parti, o di una delle parti.

Insomma, siamo di fronte al fenomeno di una cultura che entra dentro l’altra, e che in tanti, tantissimi casi sempre più frequenti, la stravolge per…sradicarla! Da allora, il passo è breve: si comincia col chiamarla ‘integrazione’ e si finisce poco dopo col  detestare tutti coloro che a tale bizzarra rivisitazione dello ‘stare insieme’ (che sarebbe poi l’integrazione) non si rassegnano, allungandosi verso la soluzione finale di uno scontro sociale che stana le coscienze dei presunti buoni e quelle dei ‘cattivi’, e che spinge ad intavolare dibattiti in molti casi davvero poco proficui.

È questa – seppur riassuntiva – la panoramica ideologica più rispondente alla situazione attuale nel nostro Paese; la stessa che, di certo, dev’essersi impressa in maniera tanto forte quanto accattivante nei brillanti intenti di un ignoto artista che, nel comune marchigiano di Jesi (AN), ha voluto esprimere qualcosa che ha tutta l’aria di essere un incisivo nonché spregiudicato messaggio di disappunto e sfida al  ‘fenomeno tutto italiano dell’integrazione’.

INRI: questo lo pseudonimo scelto dall’autore – il quale non ha ancora un volto – per firmare dei manifesti di presunto dissenso. Il nuovo ‘Banksy’ della carta stampata ad arte, il quale ha scelto apposta di firmarsi con il noto acronimo che le Sacre Scritture hanno tramandato in eredità ai cristiani, e che ricorda l’insegna apposta sulla testa di Gesù (Nazareno Re dei Giudei) crocifisso. Una ‘controparte’ provocatoria a tutti gli effetti, che ha esordito per le strade del comune marchigiano attaccando immagini che invitano alla riflessione, in due punti strategici della città, favorito dall’oscurità che sembra averlo ben tenuto al riparo da occhi indiscreti.

È così che gli sguardi smarriti di tre silenziose figure femminili con indosso un niqab – tipico costume in uso nella tradizione islamica, e che consente solo agli occhi di restare scoperti – si sono posati sui passanti che la mattina del 28 settembre scorso, hanno transitato nei pressi di piazza della Repubblica e di piazza delle Monnighette. Una delle tre – recante una vistosa corona di spine ad imitazione di quella posta a mo’ di scherno sul capo di Gesù flagellato nel calvario – a mimare uno strano cenno di silenzio con l’indice della mano sinistra.

Sconcerto ma anche ammirazione; tanti punti interrogativi, e un completo via libera al flusso sfrenato dell’immaginazione. Cosa avrà voluto trasmettere lo sconosciuto INRI? Di certo, l’immagine effigiata nel manifesto, non trascura di destare una certa sensazione di peccaminoso all’apparenza. Mischiare la cultura degli ‘infedeli’ con un trait d’union cristiano rappresentato dalla corona di spine unita allo sconcertante pseudonimo dell’artista, lascia un po’ tutti col fiato sospeso in attesa di una spiegazione che corre, con ogni buona probabilità, sul filo della ben consolidata impossibilità di conciliare due culture totalmente estranee. Due culture di cui – nonostante la diversità implicita – si vuole ostentare la convivenza obbligata, coniugandole nella farsa forzata di un’integrazione che non c’è, e la cui assenza è perfettamente testimoniata dalla chiara protesta del cenno di silenzio a cui nel manifesto l’artista riserva una posizione centrale.

E che questo tentativo di dar voce all’opera di INRI – naturalmente derivato dalla constatazione che l’arte è da sempre stata e sempre sarà l’elastica spugna assorbente che restituisce i grandi mutamenti della storia – risulti impossibile, reale, o anche soltanto verosimile, sapremo comunque – da questo momento in poi – di poter contare su una preziosa traccia di riflessione che alimenta la nostra curiosità, chissà…magari fino al prossimo, imminente messaggio in codice attaccato a un muro.

Ambra Taormina

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: