Il sogno americano di “Mr. You’re Fired!”: da Donald Trump ai Translation Studies. La sovranità è una questione di…lingua! – di Ambra Taormina

“Piatto ricco…mi ci ficco”! Sarà forse stato questo esilarante proverbio ad illuminare gli ingegni sparsi del Carnevale 2017!? A giudicare dalle apparenze, una cosa è certa: i rivolgimenti politici degli ultimi tempi, ancora una volta non si sono smentiti, continuando più che mai a tendere una robusta mano ai registi dell’ingombrante ludibrio carnevalesco, condito quest’anno dalla presenza del volto della notorietà più indiscussa: Mr. President Donald J. Trump! Nessuna remora infatti, se il mascherone biondo del presidente ‘donnaiolo’ degli Stati Uniti d’America, non ha resistito, e ha campeggiato per le strade e nei negozi trovando riscontri più che positivi sui siti web, corredato da foto con tanto di accessori e relativi prezzi di listino. Che sia stato il fascino della novità, o il carisma da supposto maschilista snob e amante delle belle donne (una versione meno farfallona del Silvio nazionale), sta di fatto che lo yankee-tycoon americano, balzato dall’attico dorato dell’omonima “Tower” newyorchese di 5th Avenue, agli onori dei salotti presidenziali del civico 1600 di Pennsylvania Avenue, ha sbaragliato, spaventato, e diviso l’opinione pubblica mondiale, nutrendosi e nutrendo chili di carta stampata e di pagine web di quel volto anticonvenzionale della risolutezza, che scalda gli animi. Quanti di noi ricorderanno che l’alba del 9 novembre 2016 ha segnato il trionfo dei trionfi dei colpi di scena: la vittoria del candidato repubblicano alla presidenza della Casa Bianca è un colpo di grazia, forse l’ennesimo e ben più decisivo per il futuro degli incroci della politica mondiale, un sicuro colpo basso ma di classe alle speranze vane della politica tradizionale ormai fallita. Donald Trump vince a muso duro rincarando la dose di disappunto di chi aveva tessuto la tela della protesta sin dai primordi della sua candidatura facendo leva sui suoi mancati modi da gentleman, al ‘soldo’ delle pressioni incalzanti di un prepotente femminismo esaltante targato Hillary Clinton. Da gentleman o ‘polipo sessista’ che sia, il neo presidente statunitense, al grido pungente di “You’re fired!” licenzia in un sol botto immigrazione clandestina e crisi economica, e spianando – con un non meno convinto “God bless America” finale del suo giuramento ufficiale sotto gli occhi del mondo bloccato davanti agli schermi – la strada alla sovranità del mitico ‘sogno americano’. Non è un mistero ormai da decenni immemorabili, che gli Stati Uniti d’America siedono sullo scranno più alto (immaginiamoci il papa in una commissione di prelati) ritagliandosi un ruolo da leader in virtù di circostanze storiche ben note. Dopo qualche tempo trascorso all’ombra del mistero penitente dei Pilgrim Fathers e al guinzaglio del colonialismo britannico, gli USA emergono indipendenti per elargire la dipendenza sin dagli albori del secolo breve. Da quella ‘Grande’, alla Seconda guerra mondiale degli aiuti del “Piano Marshall” all’Europa, al Patto Atlantico e l’inizio della Guerra Fredda, fino agli svariati coinvolgimenti in conflitti come la guerra in Vietnam, quella del Golfo, e la più recente guerra al terrorismo conseguente agli avvenimenti dell’11 settembre. Niente di anomalo se, a partire da quelle primissime battute, la prosperità statunitense sia andata affermandosi al ritmo battente di una crescente escalation senza esclusione di colpi, o meglio di ‘tappe’, e tutte quante quasi obbligate da un orgoglio irrefrenabile che ha finito per penalizzare gravemente la cultura dei Paesi non anglofoni, gravati dalle manie americane di etnocentrismo e colonialismo, come dimostrato ampiamente dalla diffusione di precetti e materie prime dell’ American lifestyle. Che dire poi se la sovranità di quello che è così andato via via trasformandosi nel proverbiale ‘sogno americano’, passa per la conoscenza della lingua inglese? La verità è che tramite la conoscenza dell’inglese, esportata più di un secolo addietro dalle imprese dell’impero coloniale britannico, gli americani odierni hanno ben più di un motivo di considerarsi uno stato sovrano, e dal semplice sogno, sono una realtà ben consolidata. Lo dimostrano i ‘translation studies’, letteralmente ‘studi sulla traduzione’ che nel mondo angloamericano hanno la loro base, e da lì proiettano il loro raggio d’influenza verso il resto dei Paesi del mondo. Le cosiddette ‘letterature del mondo’ sono infatti da sempre il volano della conoscenza di culture diverse dalla nostra, e la traduzione di esse è un modo per penetrarne i segreti e preservarle, aggiungendo una eredità non indifferente al bagaglio culturale di chi legge; il fatto che esse siano poi per la maggior parte mediate dall’intervento dell’inglese, e che gli americani siano i più agguerriti esportatori di letteratura tradotta, suona un po’ come un campanello d’allarme per chi non è ancora al passo coi tempi. Insomma: dato che l’inglese è la più diffusa lingua di mediazione culturale (una vera e propria lingua sovrana), esserne digiuni equivale a non riuscire a penetrare i segreti del più valoroso Paese condottiero dell’Occidente, a non poter partecipare al banchetto della comunità mondiale, e, al di là di concetti come ‘europeismo’, ‘sovranismo’(ciascuno per sé), e di voci fuori dal coro della globalizzazione galoppante, il marciare contro l’anglofonia è un dichiarato atto di ribellione nei confronti dello standard linguistico e culturale vigente, che ci penalizza fortemente, rassettandoci una degna dimora ai margini del macrocosmo sociale. Come in una specie di effetto boomerang, la conoscenza dell’inglese ci gratifica facendoci appartenere ad una dinamica che ci compiace e ci fa sentire coinvolti, compartecipi di qualcosa di più grande, ma soprattutto capaci di scegliere, smarcando, così, l’obbligo di un’accettazione passiva. E così, essa ci insegna nondimeno ad esplorare il modo in cui ci rapportiamo con la conoscenza della nostra lingua, in quanto con la lingua si costruiscono messaggi che sta a noi decifrare, affinché possiamo farne buon uso, esercitando una certa sovranità gratificante nel raggio di talune competenze. Che l’etnocentrismo linguistico angloamericano sia o no da identificare con il supposto egocentrismo di Donald Trump, una cosa è certa: da qui parte quello sprone accattivante che punge il nostro orgoglio umano a tratti sopito, lo stesso che ci attira fuori dalla tana di un torpore conveniente agli occhi dell’ingegno altrui, l’ingegno acrobata dei giochi di potere politico costruiti nel porto sicuro dell’incomprensione di messaggi subliminali che passano da un uso sapiente della lingua. Riconosciamo dunque la possibilità di dotarci di un’arma potente contro l’inganno: conoscere e capire le lingue e i loro messaggi è il nuovo imperativo categorico della nostra società, e già che ci siamo, sfatiamo pure il pessimismo antropologico di un tale William Somerset Maugham, il quale dipingeva l’umanità come ‘fatta di idioti da muovere a furia di parole’.

Ambra Taormina

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