“Si fa quel che si deve quando si può” o “Quando si fa quel che si può si fa quel che si deve”? Di Mauro Di Carlo

di Mauro Di Carlo

Cronache di ordinario disimpegno.

Si fa quel che si deve quando si può è la frase pronunciata da un protagonista della prima repubblica, il quale, con amarezza, denunciava l’impossibilità di svolgere adeguatamente il proprio ruolo politico-istituzionale in un contesto in cui le istituzioni erano ormai asservite ai partiti ed alle becere logiche ed interessi di cui questi erano divenuti sciaguratamente portatori.

Quando si fa quel che si può si fa quel che si deve è una frase di un famoso autore francese vissuto a cavallo tra l’ottocento ed il novecento, che promuove un’idea di impegno – massimo – come dovere inderogabile di ognuno, per cui un impegno al di sotto delle proprie possibilità costituisce un tradimento – inammissibile – di quel dovere.

Sono pensieri per certi versi speculari: il primo tradisce l’amarezza, disillusione, sfiducia di chi non è stato messo in condizione di svolgere un dovere; il secondo è uno sprone a compiere al massimo un dovere ed implica la fiducia che ci si possa – debba – riuscire.

Sono pensieri per altri versi simili, perché sottendono lo stesso valore: il dovere inderogabile di impegnarsi.

Mi vengono in mente insieme, perché gli atteggiamenti che descrivono si pongono a fondamento del radicale disimpegno che muove – o meglio: non muove – la stragrande maggioranza (o, forse, la quasi totalità) della comunità piazzese.

Immaginando un campione di piazzesi “disimpegnati”, con i quali ci si trovi a discutere di temi politici che richiederebbero un impegno, un terzo, dopo avere svolto le proprie considerazioni, concluderà che occorre non impegnarsi, perché “non ne vale la pena”.

Le ragioni, pur diversamente espresse, di questo primo gruppo, possono riassumersi in un unico pensiero: la politica ed i politici sono pessimi.

Dunque occorre starne alla larga o – per chi ne avesse fatto esperienza – tornarne alla larga.

Un terzo ha consapevolezza della necessità dell’impegno e sarebbe magari ben disposto alla partecipazione, ma non trova un contesto di proprio gradimento.

Il rimanente terzo è disinteressato al tema: non segue la politica, a nessun livello; non è informato (su alcuno o alcuna cosa), non intende seguire o informarsi.

Qual è il risultato?

Il risultato è ciò che vediamo nella nostra città: stagnazione ed immobilismo, di idee e di spirito.

Non un sussulto, non un fermento, tutto tristemente piatto.

E tutti, indistintamente, scontenti.

Perché il disimpegno non giova. Né alla città, né a sé stessi ed alle proprie famiglie.

La politica, infatti, nel regolare la qualità dei servizi che chiediamo e nello stabilire le condizioni per accedervi, nel prevedere adempimenti ed obblighi (dai più banali ai più complessi e di svariata natura) cui siano quotidianamente tenuti, nel (dover) costruire i presupposti perché ciascuno possa migliorare la propria condizione, pervade inevitabilmente ed interamente il nostro vivere civile e collettivo e, dunque, determina il nostro benessere o il nostro disagio.

Ma il nostro benessere richiede il nostro impegno.

Non sarà questo o quel partito o movimento a rendere migliore Piazza.

Senza la capacità di ognuno di acquisire una visione partecipe, impegnata, consapevole della comunità, senza la capacità di immaginare mete collettive e sapere indirizzarvi gli altri, senza l’apporto delle generazioni che dovrebbero avere più interesse e forza nel rendersi protagoniste, Piazza non potrà avere un futuro migliore.

Meditiamo gente, a cira squagghia!

Mauro Di Carlo

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