Rosatellum fa rima con Porcellum

Nonostante la XVII legislatura, dalla storia a dir poco controversa, si avvii ormai alla propria naturale conclusione, non accennano a cessare le brutture da essa partorite; dopo l’Italicum (cassata dalla Corte Costituzionale), il jobs-act, la “buona” scuola e le riforme costituzionali (fortunatamente, fermate dal 60% dei cittadini italiani lo scorso 4 dicembre) è ora il turno dell’ennesima legge elettorale, il cosiddetto “Rosatellum”, dal nome del primo firmatario e relatore alla Camera, Ettore Rosato.

Innanzitutto, il nuovo sistema di trasformazione dei voti espressi dalla cittadinanza italiana in seggi parlamentari prevede 334 collegi uninominali (232 alla Camera, 102 al Senato) ove i partiti presenteranno un solo candidato; fra questi, solo colui il quale otterrà il maggior numero di voti verrà eletto. Inoltre, vi saranno 593 collegi (386 alla Camera e 207 al Senato) nei quali deputati e senatori, candidati in liste bloccate, saranno eletti con metodo proporzionale con i seggi che saranno assegnati su base nazionale in maniera conforme alle percentuali risultanti dalle urne elettorali.

L’elettore avrà a disposizione un’unica scheda e non sarà ammesso il voto disgiunto; più nel dettaglio, se si barra il nome del candidato appartenente a un certo partito candidato al collegio uninominale e, contestualmente, si esprime la preferenza per una lista in competizione nel collegio proporzionale di diverso colore politico, il voto dell’elettore sarà annullato.

Non è previsto alcun premio di maggioranza mentre sono contemplate soglie di sbarramento che obbligano, da un lato, i partiti che si presentano individualmente alla consultazione elettorale a raggiungere almeno il 3% dei voti espressi a livello nazionale e, dall’altro, le coalizioni di partiti a raggiungere almeno il 10% delle preferenze su base nazionale.

Sono, poi, ammesse le pluricandidature; in altre parole, un potenziale parlamentare (anche se già candidato in un collegio uninominale) potrà presentare la propria candidatura in fino a cinque collegi proporzionali; ora, qualora egli sia eletto in un collegio plurinominale, la sua elezione risulterà dal collegio ove la propria lista otterrà il minor numero di voti. Invece, se il candidato risulterà eletto sia nel collegio uninominale che in uno o più collegi plurinominali, egli si intenderà eletto nel collegio maggioritario.

Terminata l’esegesi del testo, vorrei soffermarmi su alcune considerazioni di carattere giuridico, politico e concernenti l’iter che ha portato all’approvazione della legge.

Sotto il profilo giuridico, la principale critica movibile verte sulla ennesima riproposizione delle liste bloccate; con la sentenza numero 1 del 2014, che ha cassato il caro vecchio Porcellum, la Corte Costituzionale, nell’accogliere le rimostranze del rimettente, stigmatizzava come tale soluzione finisse per “priva(re) l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, totalmente rimessa ai partiti” e sosteneva che “ le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee – quali la “presentazione di alternative elettorali” e la “selezione dei candidati alle cariche elettive pubbliche” – non consentono di desumere l’esistenza di attribuzioni costituzionali, ma costituiscono il modo in cui il legislatore ordinario ha ritenuto di raccordare il diritto, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, di associarsi in una pluralità di partiti con la rappresentanza politica “.

In ultima analisi, l’assenza del “sostegno della indicazione personale dei cittadini, ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”, togliendo al voto, quindi, le caratteristiche della libertà e personalità sancite dall’articolo 48 della Costituzione (non il manuale delle istruzioni dell’i-Phone).

Ciononostante, le liste bloccate sono state, dapprima, trasformate in capilista bloccati nella defunta Italicum e riproposte in tutta la propria magnificenza nel Rosatelllum. Ora, le alternative sono due: o i parlamentari non hanno letto la sentenza 1/2014 o, peggio ancora, l’hanno ignorata, agendo in malafede.

In altre parole, avremo ancora un Parlamento che, per i suoi 2/3, sarà nominato dalle segreterie di partito, in barba al dettato della suddetta sentenza della Consulta e dei principi alla base della Costituzione.

Sotto il profilo politico, poi, appare evidente che l’approvazione di una legge elettorale a quattro mesi dall’apertura delle urne sia finalizzata a cambiare in corsa le regole del gioco in modo tale da tagliare fuori i principali concorrenti invisi all’attuale maggioranza (e non solo).
Ora, questo non lo dico io, non lo dice Marco Travaglio e non lo dice neanche il blog di Beppe Grillo; infatti, è Paolo Mieli, storico italiano tutt’altro che vicino alla principale forza di opposizione, a dire che: E’ una legge criminale che ci fa fare una figuraccia anche a livello internazionale, perché non si fa una legge il cui unico obiettivo è fare fuori quello che secondo molti sondaggi potrebbe essere il partito di maggioranza relativa alle prossime elezioni senza fare alcun tipo di alleanza. Ciò è sia criminale, sia autolesionista perché chi l’ha voluta, quella legge, farà male soprattutto a se stesso.”

Infatti, le disposizioni contenute nel Rosatellum finiranno per favorire le liste che si coalizzeranno tra loro e supporteranno a vicenda i rispettivi candidati; dato che persino i sassi conoscono la tendenza del Movimento 5 Stelle a non allearsi con nessuno, è evidente che saranno proprio costoro ad essere svantaggiati nella competizione elettorale dalle norme introdotte con questa nuova legge.

A questo profilo e al piano internazionale citato da Mieli, si lega una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha cassato la legge elettorale della Bulgaria proprio perché approvata a pochi mesi dalle elezioni, il che evidenzia la natura non solo politica ma anche giuridica della questione. In altre parole, è legittimo (oltre che giusto) cambiare le regole del gioco a partita già iniziata?

Infine, non si può non tacere delle vergognose forzature che hanno inficiato l’iter che ha portato alla approvazione del Rosatellum, nella forma dell’apposizione della questione di fiducia (istituto che, se posto su una legge che, poi, non verrà approvata, obbliga il governo a rassegnare le dimissioni), sia alla Camera che al Senato, a quattro mesi dalla fine della legislatura; un vero e proprio ricatto ai parlamentari che si sono visti costretti dai vertici dei rispettivi partiti ad approvare questa legge.

Persino il Presidente del Senato, Piero Grasso, è rimasto sconvolto dalle modalità che hanno caratterizzato l’adozione del Rosatellum, tanto che questi ha deciso di lasciare il PD proprio perché non si rivedeva più nel modus operandi adottato; “Non riconosco più né il merito né il metodo del Partito Democratico; la fiducia sul Rosatellum è stata una sorta di violenza”, queste le parole dell’ex Procuratore Nazionale Antimafia che, però, aveva chiuso un occhio quando simili forzature furono adottate in occasione dell’approvazione della sventata riforma costituzionale ma, come si suol dire, non è mai troppo tardi per ravvedersi.

L’ultima speranza, insomma, risiede nell’attuale Presidente della Repubblica, quel Sergio Mattarella che faceva parte dei quindici della Corte Costituzionale che bocciarono il Porcellum e che potrebbe ancora non promulagare una legge la quale, analogamente all’antesignana, viola le principali regole della rappresentanza su cui si fonda uno Stato democratico degno di tale nome.

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