Ecco perché dico NO – Parte V (Italicum e la possibile svolta autoritaria)

Oggi mi soffermerò sull’Italicum e sulla paventata ipotesi di una svolta autoritaria derivante dalla sua lettura in combinato disposto con il ddl costituzionale.

Alle brutture strutturali della riforma costituzionale in senso stretto, si affiancano altre problematiche legate alle sua lettura in combinato disposto con la nuova legge elettorale, numero 52 del 2015, c.d. Italicum, le quali rischiano di determinare una svolta autoritaria nel nostro Paese (subito messa in evidenza da eminenti giuristi italiani). Essa, frutto immediato del patto del Nazareno del gennaio 2014 fra Renzi, Berlusconi e Verdini, finge di tener conto della sentenza numero 1 del 2014 della Corte Costituzionale (pronunciata a fine 2013) la quale ha censurato diversi profili di di incostituzionalità della precedente legge 270 del 2005, c.d. Porcellum (chiamata così dopo che il proprio autore, Roberto Calderoli della Lega Nord, affermò di aver dato vita ad una “porcata”), salvo poi riproporre proprio ciò che la Consulta aveva cassato. Peraltro, la suddetta sentenza stigmatizzava l’illegittimità di un Parlamento che non fu sciolto solo per il principio di continuità; esso viene in rilievo nell’ipotesi della prorogatio per un breve periodo di tempo delle Camere sciolte (circa tre mesi, interpretando correttamente l’articolo 61 della Costituzione) che, fino a nuove elezioni, devono limitarsi a svolgere l’ordinaria amministrazione, intesa in senso ampio poiché la prassi vi ha fatto rientrare non solo gli atti non collegati all’indirizzo politico, ma anche quelli la cui adozione è costituzionalmente necessaria (come la conversione dei decreti legge, l’approvazione delle leggi di bilancio e di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali). L’unico limite esplicito è quello posto dal comma 3 dell’articolo 85 che vieta l’elezione del Presidente della Repubblica. Ora, non solo le Camere hanno proseguito la propria attività arrivando, ormai, vicine alla conclusione della legislatura, violando i limiti temporali posti dall’articolo 61, ma sono anche andate ben oltre l’ordinaria amministrazione, arrogandosi persino il compito di riformare la Costituzione che, dunque, rischia di essere riscritta da un Parlamento frutto di un’elezione che, citando la Consulta, ha “rotto il rapporto di rappresentanza” con l’elettorato e che, quindi, è illegittimo (checché ne dica parte della dottrina costituzionalistica).

Entrando nel merito della sentenza, uno degli aspetti incostituzionali del Porcellum era l’abnorme premio di maggioranza il quale consentiva alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti di assicurarsi 340 seggi alla Camera dei Deputati; ebbene, l’Italicum continua a prevedere un premio di maggioranza per la singola lista (non più per la coalizione) che otterrà il 40% dei voti. Se nessuna di esse raggiungerà tale soglia, le due liste che hanno ricevuto più voti procederanno al ballottaggio e, fra queste, la lista vincente si accaparrerà i 340 seggi. A prescindere dall’eventuale ballottaggio, i seggi restanti verranno ripartiti proporzionalmente fra le altre liste con metodo proporzionale, purché abbiano superato la soglia del 3% dei voti totali, mentre nessuna soglia è prevista per l’accesso al premio di maggioranza. E’ alquanto curioso il fatto che persino la legge Acerbo (votata in epoca fascista) prevedesse una soglia del 25% per accedere al premio di maggioranza (oltre che i singoli listoni). Così, giusto per ricordarlo. Ah, quasi dimenticavo, solo l’Ungheria, fra i Paesi europei, prevede un premio che garantisce al partito vincente la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento; forse, dovrei segnalarvi che l’Ungheria ha una “Costituzione” di stampo nazista, ma sono dettagli irrilevanti, vero?

La previsione di un premio così eccessivo contrasta nettamente con il dettato della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale la quale afferma che una legge elettorale non debba assicurare la governabilità (come già scritto, concetto rivedibile), ma limitarsi ad agevolarla; evidentemente, il premio di maggioranza dell’Italicum è una soluzione che sacrifica eccessivamente la rappresentatività in nome della governabilità.

Inoltre, sempre muovendo dalle indicazioni della Consulta, un simile espediente finisce per ledere l’eguaglianza del voto “in uscita” cioè nel momento della trasformazione in seggi delle preferenze espresse dall’elettore (cui si contrappone il voto “in entrata”, cioè al momento dell’espressione del voto nella cabina elettorale). Infatti, in questo modo, il voto di chi propenderà per la lista vincitrice varrà molto di più di colui il quale si esprimerà a favore di una delle liste di minoranza. Nel, 2013, ad esempio, il voto ai vincenti, il PD, che ottenne i 340 seggi a fronte di 8.646.457 voti, finì per valere 2,66 volte in più del voto ai primi fra i “perdenti”, ovvero il Movimento 5 Stelle, che ottenne solo 102 seggi a fronte di 8.704.969 voti (il premio di maggioranza, allora, veniva assegnato alla coalizione vincente, in questo caso Italia Bene Comune che comprendeva PD e altri partiti di “centro-sinistra”). La Corte Costituzionale si era detta fermamente contraria a tale violazione del principio di eguaglianza ma, a quanto pare, chi ha scritto l’Italicum ha preso la sentenza della Consulta e l’ha usata solo come carta igienica, non certo come ispirazione per la nuova legge elettorale.

L’altro grande elemento di criticità del Porcellum, anch’esso ablato dalla Corte Costituzionale, era la previsione di liste bloccate le quali, dal 2006 in poi, hanno impedito all’elettore di esprimere la preferenza per il singolo candidato, limitandola alla sola indicazione della lista.

L’Italicum, anche in questo caso, finge di rifarsi alla sentenza 1/2014 per poi eluderla senza troppi scrupoli; infatti, nei 100 collegi elettorali in cui l’Italia sarà divisa (e che assegneranno da un minimo di 3 a un massimo di 9 seggi), l’elettore, astrattamente, potrà esprimere una preferenza ma, in prima battuta, sarà, ancora una volta, costretto a scegliere soltanto quale lista votare. Infatti, se la lista si aggiudicherà un seggio, questo finirà in mano al capolista precedentemente indicato dal partito e scelto senza il vaglio dell’elettorato (sì, alcuni partiti svolgono le c.d. “primarie” ma, in primis, non sono obbligatorie e, in secundis, sono più volte emersi dubbi e perplessità circa il loro regolare svolgimento). Solo se la lista si aggiudicherà più di un seggio, verrà in rilievo la preferenza espressa dall’elettore per il singolo candidato, diverso dal capolista bloccato (inoltre, è possibile esprimere una preferenza per un candidato di sesso maschile e una per un altro di sesso femminile).

E’ palese che solo i collegi di maggiori dimensioni permetteranno a non più di due partiti di eleggere più di un deputato; ne consegue che circa il 60/70% dei deputati non sarà eletto direttamente dal popolo, in quanto saranno i capilista designati dai partiti ad aggiudicarsi la poltrona. In termini numerici puri, saliranno i 100 capilista indicati dal PD, i 100 indicati dal M5S, i 100 indicati da FI e così via ad avere il posto assicurato alla Camera; insomma, più della metà del consesso sarà fatta di nominati. Per di più, ogni capolista può candidarsi in 10 collegi e, qualora venisse eletto in più di uno di essi, sarà egli stesso a dover scegliere da quale collegio risulterà eletto, il che (si presta ad evidenti giochi politici e) impedisce all’elettore di sapere se la propria preferenza per il candidato verrà effettivamente rispettata, altro aspetto che contrasta nettamente con la sentenza della Consulta.

Infine, il comma 8 dell’articolo 2 dell’Italicum dispone che: “i partiti o gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”.

In altre parole, (tralasciando la tutt’altro che confortante scelta linguistica di “capo”, che trova un precedente in Mussolini formalmente nominato dal Re, appunto ,“Capo del Governo”) il sistema parlamentare viene trasformato, in maniera tacita e, soprattutto, incostituzionale, in un sistema presidenziale, con una sorta di elezione diretta del “capo della forza politica” che, in caso di vittoria alle urne, diventerà il Presidente del Consiglio dei Ministri, dando vita a quello che il giurista Leopoldo Elia chiamava, già più di dieci anni fa, “premierato assoluto”.

Ora, essendo la Camera l’unico organo legato al Governo dal rapporto di fiducia, ed essendo il “capo della forza politica” titolare di una sorta di investitura popolare, in caso di sfiducia, sarà possibile nominare un altro Presidente del Consiglio o, come appare più probabile, sarà necessario sciogliere le Camere? In questo caso, quali deputati si arrischieranno mai a sfiduciare l’Esecutivo dinanzi al rischio di andare a nuove elezioni? Ce lo vedete un “Razzi in erba” votare la sfiducia al Governo, rischiando così di andare a casa e perdere poltrona e vitalizio in un colpo solo? Lascio a voi la risposta.

Insomma, grazie all’Italicum, la lista vincente (de facto) riuscirà ad avere una consistente maggioranza di nominati alla Camera e un minor rischio di essere sfiduciata; ciò comporta un’evidente diminuzione del potere delle minoranze parlamentari, soprattutto con riferimento alle importanti funzioni che la Camera è chiamata a svolgere. Basti pensare all’elezione del Presidente della Repubblica che, attualmente, fino al terzo scrutinio, richiede la maggioranza dei due terzi del Parlamento riunito in seduta comune (insieme ai delegati regionali), con voto segreto; dopo il terzo scrutinio, è sufficiente la maggioranza assoluta, ovvero il 50% +1 dei voti degli aventi diritto, un quorum elevato per assicurare che il Presidente sia espressione non solo della maggioranza politica ma, piuttosto, di un’ampia rappresentanza parlamentare e, quindi, popolare.

La riforma costituzionale, che continua a contemplare la partecipazione del Senato (ma non più i delegati regionali), fa salva la procedura (e la maggioranza dei due terzi degli aventi diritto) per i primi tre scrutini; è dal quarto in poi che vengono in rilievo le novità. Dal quarto scrutinio, infatti, sarà sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei componenti dell’assemblea e, dal settimo scrutinio, basterà la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Considerando che il partito che ha la maggioranza alla Camera potrebbe avere circa la metà dei senatori del proprio colore politico, la maggioranza parlamentare, astrattamente, potrebbe essere in grado di scegliersi da sola il Presidente della Repubblica che più le si confà; Zagrebelsky, infatti, illustra l’ ipotesi (estrema, ma possibile) in cui, a fronte della presenza, in occasione del voto, della metà più uno degli aventi diritto (quorum strutturale minimo), poiché bastano i 3/5 dei consensi, sarebbero sufficienti 220 voti su 366 per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, in antitesi con l’articolo 87 della Costituzione, ai sensi del quale egli “rappresenta l’unità nazionale”. Si pongono problemi analoghi per l’elezione di un terzo dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, per la legge di amnistia e indulto (con la previsione della maggioranza dei due terzi della Camera, soltanto ottanta voti oltre i 340 già garantiti dall’Italicum, che consentirebbe alla maggioranza di governo di garantire l’amnistia ai propri politici), dei membri delle Autorità Amministrative Indipendenti (in teoria), dell’amministratore delegato e del Consiglio di Amministrazione della RAI e per i cinque giudici della Corte Costituzionale di nomina parlamentare. In quest’ultimo caso, poi, i due magistrati nominati dal Senato rischiano di diventare, come fa notare Zagrebelsky, “giudici delle regioni”, introducendo così un elemento di divisione all’interno di un organo che si è sempre contraddistinto per la propria unitarietà (tanto che non è ammessa l’opinione dissenziente). Restando sulla Consulta, il nuovo articolo 73 attribuisce un vaglio di costituzionalità a monte (ex ante, insomma, preventivo) sulle leggi elettorali approvate da Camera e Senato, su richiesta di un quarto dei deputati e di un terzo dei senatori. Tale previsione pone l’inedito problema di stabilire se, in un secondo momento, tali leggi, nell’ipotesi in cui resteranno indenni in seguito al preventivo controllo di costituzionalità, potranno essere oggetto del classico sindacato successivo della Corte Costituzionale.

Domani mi soffermerò sull’abolizione del CNEL, sulle modifiche agli strumenti di democrazia diretta e sulle forzature costituzionali dell’iter del ddl “ricostituente” in quello che sarà l’ultimo estratto del mio lungo documento sulla riforma.

 

 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: