Ecco perché dico NO – Parte IV (Rapporto Stato-Regioni ed Enti Locali)

Ieri mi sono soffermato sul nuovo Senato mentre, oggi, parlerò di come la riforma riordinerà il rapporto Stato-Regioni e il sistema degli Enti Locali.

Il ddl costituzionale, infatti, riordina il rapporto tra Stato e Regioni, già compromesso dalla riforma del Titolo V introdotta con la legge costituzionale 3 del 2001 che ha previsto la famigerata “potestà concorrente” (fonte di innumerevoli conflitti di attribuzione fra poteri dinanzi alla Corte Costituzionale) la quale disponeva, in alcune materie previste dall’attuale articolo 117, che lo Stato approvasse le cosiddette leggi cornice contenenti la normativa di principio, mentre le Regioni avrebbero poi approvato la normativa di dettaglio.

Il nuovo articolo 117 elimina la potestà concorrente e aumenta il numero di materie esclusivamente riservate allo Stato, lasciando in via residuale quelle restanti alle Regioni; tuttavia, in svariate materie statali, i commi di riferimento si aprono con l’inciso: “disposizioni generali e comuni” sulla materia in questione (ad esempio, istruzione e governo del territorio). Ebbene, non si tratta di disposizioni contenutisticamente analoghe a quelle contenute nelle attuali leggi-cornice? Dov’è la grande innovazione rispetto al passato?

Ah, eccola qua: si tratta della c.d. “clausola di supremazia statale” contenuta nel comma 4 dell’articolo 117; si tratta di una norma che consente al Governo (neanche al Parlamento che poi dovrà legiferare, tanto per ribadire la sua emarginazione in sede decisionale), laddove lo ritenga opportuno, di approvare leggi in materie riservate alla competenza delle Regioni. In altre parole, viene ripristinato l’”interesse nazionale” vigente nel testo antecedente alla Riforma del 2001; non si può non far riferimento al celebre passo de Il Gattopardo in cui Tancredi afferma: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

A coronamento del tutto, viene rafforzato il meccanismo del c.d. regionalismo differenziato, che consentirà alle Regioni di chiedere la competenza in nuove materie (meccanismo, però, cui mai si è fatto ricorso dal 2001) mentre non viene minimamente intaccata l’autonomia delle Regioni a Statuto Speciale le quali continueranno a godere dei maggiori margini di autonomia previsti dalla riforma del 2001, a differenze di quelle a Statuto ordinario che vedranno ridotta enormemente la propria autonomia organizzativa; in particolare, non potranno più essere corrisposti “rimborsi o analoghi trasferimenti monetari” ai gruppi consiliari, scelta condivisibile se si pensa agli sprechi delle Regioni venuti a galla negli ultimi anni grazie alle indagini della magistratura ma che, d’altro canto, sembra segnare un ritorno ai tempi in cui solo i ricchi potevano fare politica. In altre parole, una privazione tout court dei rimborsi ai gruppi consiliari sembra eccessiva, in quanto si poteva potenziare i controlli sul loro utilizzo.

Quanto all’attenzione dei “ricostituenti” nella stesura del testo di legge, come fa notare Zagrebelsky, è emblematico, poi, il riferimento al Commissario del Governo, organo che doveva vigilare sul testo delle leggi regionali ma che non esercita più alcuna funzione dal 2001, in seguito ad un’apposita riforma con legge ordinaria. La cosa era già sfuggita al legislatore costituente del 2001 (che approvò la riforma con una manciata di voti raccattati a destra e a manca negli ultimi giorni della XIII legislatura), che non modificò l’articolo 123 (che lo prevede) ma, a quanto pare, neanche Renzi, Verdini, la Boschi e i loro compagni di merende se ne sono accorti.

Restando in tema di Enti Locali, le Province non godranno più di rango costituzionale in quanto sono state eliminate dal dettato dell’articolo 114; ciò, però, contrariamente a quanto strombazzato in TV e sui giornali, non implica una loro abolizione per la quale, invece, dovrà intervenire una legge ordinaria (è di tale rango, infatti, la norma che le prevede e disciplina). Il ddl costituzionale, però, riconosce l’esigenza di avere “enti di area vasta” con funzione di svolgimento e coordinamento di attività a livello sovracomunale (raccolta dei rifiuti e servizi idrici, ad esempio). A questo punto, invece di eliminarle (considerando anche che tutto il personale non verrà licenziato ma trasferito presso altri enti pubblici), non sarebbe stato più logico accorpare le province esistenti e ampliare le loro competenze (oggi affidate ai vari ATO, alle società partecipate, ecc…)?

Domani mi soffermerò sull’Italicum e sui rischi di una deriva autoritaria derivanti dalla sua lettura in combinato disposto con la riforma costituzionale.

 

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