Ecco perché dico NO – Parte I (Natura compromissoria e inclusiva della Costituzione Italiana)

Sono Christian Ferreri, studente di Giurisprudenza che ha studiato la Costituzione Italiana e il progetto di riforma portato avanti negli ultimi anni; il frutto di questo approfondimento è un documento che ho esposto ad un convegno svoltosi giorno 25 all’Art Café e che pubblicherò “a puntate” su Il Mosaico, oggi e nei prossimi giorni.

Uno dei principali errori di chi parla della riforma costituzionale è che quasi nessuno si pone lo scrupolo di spiegare, in prima battuta, come sia la Carta che si intende cambiare e perché essa sia stata costruita così. Perciò, discostandomi da questo discutibile modus operandi, vorrei aprire questo scritto raccontandovi una storia: la nascita della Costituzione Italiana, il documento più importante del nostro Paese; per farlo, è necessario inquadrare il contesto storico in cui essa è venuta alla luce. Si tratta del Secondo Dopoguerra, un periodo in cui l’Italia è ridotta alle macerie sia materialmente che socialmente in quanto è stata lacerata e dilaniata da un conflitto che, non solo l’ha vista opposta ad altri Stati ma che l’ha anche, e soprattutto, spaccata in due a causa della vera e propria guerra civile fra i partigiani e coloro che, in maniera più o meno consapevole, restarono fedeli al Duce.

Tuttavia, in un’ottica dialettico-triadica di matrice hegeliana, proprio la guerra civile ha avuto un ruolo chiave nella rinascita dell’Italia, in quanto ha permesso di riscoprire quei valori fondamentali quali la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per i quali valorosi uomini hanno combattuto, spesso a costo della propria stessa vita.

Ebbene, la Costituzione Italiana ha posto tali ideali alla base del nuovo Stato, suggellandoli e cristallizzandoli in un documento scritto, frutto di un’ampia e concreta dialettica tra tutte le parti politiche coinvolte tanto che, il 22 dicembre del 1947, essa è stata approvata con quasi il 90% dei consensi (458 voti favorevoli contro soli 62 contrari), una percentuale altissima.

Ora, la natura compromissoria della Carta Fondamentale è spesso indicata da parte dei politici attuali (molti dei quali impegnati nel progetto di riforma) come un limite da rimuovere. In realtà, si tratta di uno dei suoi pregi più grandi; infatti, essa realizza non solo un punto di incontro tra ideali diversi (basti pensare all’articolo 42 nel quale, da un lato si riconosce il diritto di proprietà privata ma, dall’altro, se ne evidenzia la sua funzione sociale) ma consente altresì un’ampia rappresentanza parlamentare a tutte le forze politiche, il che è un elemento imprescindibile in un Paese politicamente (e ideologicamente) frammentato come l’Italia.

Alcuni potranno obiettare che tale scelta fu dettata dalla particolare situazione politica del biennio successivo alla conclusione della guerra; d’altronde, il reset totale successivo alla caduta del regime fascista pose i partiti dinanzi a quello che John Rawls chiama velo di ignoranza: nessuno, infatti, sapeva chi avrebbe vinto le elezioni del 1948 e, proprio per evitare che uno dei principali partiti dell’epoca (allora DC, PSI e PCI), in caso di vittoria, potesse godere di un ampio margine nei confronti dei propri rivali, si decise di costruire una forma di governo parlamentare, scartando soluzioni in senso presidenzialistico, più o meno vicine al modello statunitense.

A mio parere, tale soluzione è valida oggi come allora, proprio in ragione della sopraccitata frammentazione del sistema politico italiano; infatti, innanzitutto, il quadro attuale vede tre forze politiche contendersi la maggioranza (PD, M5S e Centrodestra), così come nel 1948. Inoltre, solo in quei contesti nei quali, al di là dell’apparenza, non vi è una netta distanza tra i partiti concorrenti una forma di governo presidenziale può esplicare i propri effetti in maniera positiva, senza che vi sia una dittatura della maggioranza (repubblicani e democratici americani, infatti, riescono sempre a trovare un accordo per evitare paralisi di governo). Per di più, il sistema americano prevede un efficace sistema di pesi e contrappesi (checks and balances) che consente al Parlamento di esercitare un potere di controllo sul Governo (e viceversa), basti pensare all’approvazione (da parte del Congresso) delle nomine presidenziali (ad esempio, i giudici della Corte Suprema), alla messa in stato d’accusa (impeachment), alla facoltà di convocare funzionari dell’amministrazione per vigilare sull’operato politico del Presidente e alle mid-term elections le quali, rinnovando parzialmente il Congresso ogni due anni, astrattamente (e la prassi lo conferma) fanno sì che Presidente e la maggioranza del Congresso possano essere di colori politici diversi.

Ovviamente, nessuno di questi sistemi trova nell’ordinamento italiano (né attuale né successivo all’eventuale riforma) un equivalente, il che mostra quanto poco siano opportuni i riferimenti al modello statunitense (e a quello semipresidenzialista francese, un ibrido tra le due forme di governo).

Domani, mi concentrerò sul nuovo articolo 70 e sui problemi che esso pone in termini di natura linguistica, interpretativa e, soprattutto, pratica.

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