Morire ai tempi di Facebook – di Giovanni Scarantino

“Morire ai tempi di Facebook”, sembrerebbe il titolo di una canzone di qualche gruppo indie, ma invece è una condizione alla quale dobbiamo far fronte.

Le vicissitudini che si sono susseguite nei giorni scorsi, hanno dimostrato una grossa lacuna, da parte di molti utenti, nel fronteggiare l’evento di una morte, in un periodo storico nel quale la nostra “vita digitale” si afferma con sempre più preponderanza rispetto alla vita reale.

Quello che è accaduto, dimostra una mancata consapevolezza nell’attribuire un valore al ruolo che dovrebbe ricoprire un social come Facebook.

Premetto che questo articolo non ha lo scopo di analizzare un singolo caso, bensì di proporre una riflessione alla consapevolezza che abbiamo dei social network quando si tratta di morte.

Essendo uno studente di fotografia, sono affascinato dal significato che acquistano le immagini. Con l’avvento di Facebook, uno sfondo nero come immagine del profilo,

assume un valore di rappresentanza, ossia di lutto, e si ha quindi la perdita di qualunque altro valore possa restituire il colore nero. Questa tinta piatta, diventa l’immagine di un evento nefasto, infatti ogni volta che qualcuno imposta lo sfondo nero, ci troviamo di fronte agli ormai noti commenti che siamo soliti leggere su Facebook nelle circostanze di morte. Nel caso in cui, un utente, invece imposti il colore nero per un motivo che esuli dalla morte, ci si potrebbe trovare a leggere commenti del tipo: “Cosa è successo?” “Tutto a posto?”. Questo perché è ormai ben nota la pratica di associare l’immagine del profilo con sfondo nero, alla morte di una persona cara all’utente.

Nel 1936, Walter Benjamin sosteneva: “Gli analfabeti del futuro saranno coloro che non sapranno leggere le immagini”. Oggi ci troviamo ad un bivio, infatti ci sono casi in cui si è grado di leggere le immagini, e l’esempio di cui sopra è una delle tante prove, ma allo stesso tempo stiamo vivendo un epoca fatta di analfabetismo funzionale, di mancanza di comprensioni dei testi e di azioni statiche messe in atto nella nostra vita digitale.

Come analizzato nel saggio “La pornografia della morte”, Geoffrey Gorer paragona la morte alla pornografia, in quanto il legame sta nel fatto che entrambi sono circondati da divieti, interdizioni, tabù che rendono difficile la libera circolazione di parole, espressioni, comportamenti relativi alle rispettive sfere di azione. Siamo tutti a conoscenza che Internet ha aperto le porte alla pornografia, e se questo è vero, è anche vero che Facebook sta contribuendo allo sdoganamento della morte e alle azioni ad essa connesse. Azioni, che non hanno una finalità ben precisa, se non quella di sgravarsi dal peso di aver fatto la propria parte, scrivendo qualche frase di circostanza sulla bacheca del malcapitato e dei parenti, in modo tale da sentirsi in pace con se stessi.

Quello che è successo nei giorni precedenti, ha tutto l’aspetto di una corsa alla dimostrazione di chi fosse più amico del deceduto, una corsa del chi fosse più sofferente per la dipartita, portando a sostegno di questa sofferenza, screenshot di conversazioni o fotografie con lo scomparso. Il parossismo, si è in seguito raggiunto con un collage fotografico che ha riportato alla memoria collettiva degli utenti piazzesi, gran parte dei defunti degli ultimi anni, scatenando una valanga di commenti come: “R.I.P.”, “Brava persona!”, “Buonanima!” etc… Dove perfino qualcuno ha sentito il dovere di postare tra i commenti qualche foto di altri deceduti, come se bisognasse dimostrare chi portava più sofferenza dentro il cuore.

In merito a queste azioni, ci sono alcuni aspetti da analizzare.

In primo luogo c’è da chiedersi se chi ha partecipato a questa dimostrazione di sofferenza, farebbe lo stesso nella vita reale, sono davvero disposti ad andare a mostrare le loro conversazioni o le loro foto ai famigliari del defunto, o al resto della cittadinanza? Sono davvero disposti a incontrare i parenti del deceduto ed esprimere il loro cordoglio, facendo quello che scrivono nelle loro bacheche?

In secondo luogo, bisognerebbe sapere se chi ha creato il collage ha disposto del beneplacito dei familiari degli altri defunti, così come stabilito dai termini 2 e 5 delle condizioni di Facebook.

In terzo luogo, come si comporta Facebook in caso di decesso di un utente?

Ad oggi, il noto social network, conta più di 30 milioni di morti, e in questo articolo di VICE, si trova un interessante approfondimento, inoltre, poco tempo tempo fa Facebook ha messo a disposizione degli utenti una specie di eredità digitale da lasciare in custodia ad uno dei nostri contatti quando si è ancora in vita, oppure la possibilità di modificare la pagina del defunto, in una pagina “in memoria” facendo debita richiesta ed allegando un articolo giornalistico nel quale si parli della morte dell’utente. Tutto questo ci fa pensare al fatto che Facebook non sia poi così estraneo all’eventualità della morte, fino al punto di essere consapevole che nel futuro gli account degli utenti deceduti supereranno quelli degli utenti attivi. Tutto questo ci riporta al discorso di cui sopra, sullo sdoganamento della morte.

Ma delle domande ancora persistono, cosa suggerirebbe un galateo digitale in queste circostanze? Come sarebbe meglio agire in eventi come la morte digitale? Come poter gestire al meglio il proprio account in modo da non risultare fuori luogo, o addirittura pesante per i familiari che frequentano il social network?

A tutto questo non c’è un unica soluzione, ma qualche spunto questo articolo dovrà pur concederlo. Una delle migliori azioni che si possano attuare quando ci si interfaccia con i social, risiede nelle parole di David Foster Wallace nel celebre commencement speech agli studenti del Kenyon College.

Lo scrittore, in quella circostanza diede un consiglio su come fare i conti con la realtà di tutti i giorni e superarla. Ed è tutta una questione di scelta: scegliere in cosa credere, a cosa pensare, a come farlo e a chi mettere al centro del nostro pensare. Sta tutto nello sfuggire dalla configurazione di base del proprio pensare.

Alla luce di questi fatti bisognerebbe attuare un comportamento diverso, cercando di separare la vita reale da quella digitale, pensando sempre molto attentamente ai contenuti da condividere perché la nostra attività digitale diventerà sempre più un aspetto peculiare della nostra identità come individui.

Giovanni Scarantino.

Fonti: La pornografia della morte di Geoffrey Gorer (1955)

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin (1936)

http://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/14_luglio_03/eredita-digitale-social-ed-email-cosa-succede-la-morte-284e4fba-029c-11e4-af6d-a9a93b39a7aa.shtml

http://www.vice.com/it/print/facebook-aldila-morte-your-digital-afterlife-intervista

https://www.facebook.com/terms.php

https://www.youtube.com/watch?v=8CrOL-ydFMI

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