M5S: ascesa e declino di un’idea

Liquidato con due righe di un post-scriptum sul Sacro Blog: finisce così la storia del primo sindaco a 5 Stelle.

Nessuna spiegazione nel merito dei problemi che erano stati posti da Pizzarotti, nessuna autocritica. Deputati e Senatori che, a precisa domanda dei giornalisti, sguisciano via come una saponetta bagnata dalle mani di chi la usa.

Del Movimento che metteva la comunità, l’orizzontalità e il dibattito – serio e costruttivo – al centro dell’arena politica è evidentemente rimasto ben poco.

Di quel Movimento, nato tra Reggio Emilia e Bologna nel 2009, sono rimaste poche persone, sostituite sempre più spesso e sempre più velocemente da yes-man timorosi dell’autorità e da uomini e donne incapaci di valorizzare il dissenso interno. Il processo di massificazione (di cui parlavo qui nel maggio 2012) non è stato guidato nel giusto modo, secondo me per paura che la strutturazione potesse indebolire la crescita nei sondaggi.

Finisce così la storia della Stalingrado Emiliana, pochi giorni dopo Italia a 5 Stelle, evento che ha segnato l’inizio della fase 2 (o forse 3) del Movimento. E la tempistica non è di certo casuale.

Da attento spettatore del dibattito politico non ho potuto fare a meno di notare i contorni grotteschi di questa evoluzione e le sempre più grandi contraddizioni insite nel cambiamento di paradigma del dogma grillino.

Ci sono delle domande che mi rimbombano in testa sempre più di frequente. Domande a cui nessuno, ai piani alti del Movimento, pare voler dare risposta. Silenzio che offende le intelligenze di chi ha creduto – e di chi continua a credere – nella “rivoluzione gentile” di cui Grillo era profeta fino a quattro/cinque anni fa.

  • Chi ha deciso la nomina a capo politico di Grillo?
  • Chi ha deciso le modifiche del Non-Statuto?
  • Perché le scelte più importanti per la vita del Movimento vengono sempre più spesso prese a porte chiuse nelle stanze di non si sa bene quale hotel?
  • Perché queste scelte vengono solo ratificate dalla rete e non discusse in maniera corale, come invece si faceva in principio?
  • Perché l’impossibilità di creare una rete di amministratori ed eletti, come chiesto a gran voce e per molto tempo dallo stesso Pizzarotti?
  • Perché il passaggio dinastico del potere politico (e non di quello meramente aziendale) da padre in figlio?

Una delle possibili risposte comuni a queste domande è che il motto che ha fatto la fortuna del Movimento, “Uno vale Uno”, è stato sostituito da “Uno vale Uno….finchè qualcuno non decide il contrario”.

Questa frase, in un passato abbastanza remoto usata come contro-argomentazione dai primi detrattori del Movimento, si è ormai affermata come un fatto incontrovertibile. E dovrebbe essere un atto di onestà intellettuale ammetterlo.

Così come dovrebbe essere un atto di onestà intellettuale ammettere che negli ultimi mesi il livello del dibattito politico all’interno del Movimento è calato spaventosamente: i temi, quelle Cinque Stelle in cui milioni di persone si riconoscono, sono stati sostituiti da un’opposizione cieca, che guarda prevalentemente al colore del nemico politico e guarda sempre meno in faccia alla bontà delle argomentazioni.

Tutto questo è, francamente, inaccettabile.

E’ inaccettabile anche vedere due leaderucci – Di Maio e Di Battista –, scelti in virtù della loro efficacia mediatica, acclamati da migliaia di persone indipendentemente dal contenuto, spesso ambiguo, della loro narrativa.

E forse è proprio questo il problema: l’applauso scisso dal contenuto. Filo che lega trasversalmente la politica italiana a tutti i livelli. Non c’è più il tempo, e mi verrebbe da dire la voglia, di mettere in discussione le argomentazioni. Orde di Zombie che si svegliano e, come nella serie tv The Walking Dead, iniziano a ripetere acriticamente la filastrocca vomitata dal proprio leader. Nell’epoca dell’informazione di massa è l’incapacità di essere critici ed autocritici a legittimare comportamenti come quelli visti negli ultimi mesi nei 5 Stelle e negli ultimi 20 anni negli altri partiti.
Esserne consapevoli è, secondo me, il primo passo per costruire una coscienza politica collettiva degna di questo nome.

Federico Filetti

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