Lo ‘scopone scientifico’ dell’ospedale Chiello. Non è ancora giunta mezzanotte…che già niente va bene! – Di Ambra Taormina

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Lo ‘scopone scientifico’ dell’ospedale Chiello. Non è ancora giunta mezzanotte…che già niente va bene!

Non è ancora stata detta l’ultima parola, che già, come tradizione vuole ormai da anni, il proverbiale destino che funesta il (‘fu’?) P.O. “M. Chiello”, come una spada di Damocle a doppio taglio, pende sulle belle speranze degli abitanti della Città dei Mosaici. Un tiro alla fune con finale a sorpresa che ancora una volta, a non molto tempo trascorso dall’ultimo ‘leone d’oro’, ci mozza il fiato solo a vedere i soliti attori protagonisti calcare una scena ormai usurata, e sfidarsi in una lotta all’ultimo sangue per scongiurarne (volenti o nolenti) la chiusura. E se un simpatico proverbio in rima ci insegna che il gioco di mani è gioco di villani, sarà che per meglio impegnare il ben più nobile organo cerebrale, i più avranno scelto di optare per un alternativo ‘scopone scientifico’, evitando a ragion veduta di scoprire le carte in tavola, e facendosela (e ci vuole una certa scienza!) alle spalle dei cittadini, ormai da tempo immemorabile. Un ospedale che perde pezzi (leggasi ‘reparti’) come una carcassa in putrefazione, avrebbe dovuto destare già da un pò lo choc nella maggioranza dei benpensanti sempre in prima fila nella lotta del buonsenso (quando nulla c’è più da fare). Eppure, sembra che la ‘diatriba ospedale’ sia stata tessuta avanti e indietro col filo scaduto della tela di Penelope, e riassorbita come si fa con le metastasi di un cancro curato col rimedio dell’acqua col bicarbonato, almeno fino ad oggi, tempo in cui, a furia di bere, e rimasti solo con l’acqua alla gola, siamo ormai prossimi a praticare gargarismi! Ma, come si sa, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” soprattutto quando troppo si dice e mai niente si fa, lasciando disinteressatamente ai cittadini l’amara convinzione che in fondo in fondo, di ‘ospedale’, ma che dico!?…di ‘pronto soccorso’, non si ha più bisogno in un comprensorio in cui, come da naturale vocazione dell’entroterra siciliano, i capi di bestiame hanno di buon grado superato le persone, con la conseguente registrazione di un esiguo numero di interventi l’anno, sufficiente di per sé a decretare la cancellazione del presidio, e dimostrando di quanto la necessità primaria di tempestivo soccorso per quanti componenti lo scampolo di umanità rimasta in quest’area geografica dimenticata, siano retrocesse in rispetto del buon nome del bilancio regionale. Vero è che rigor di logica e opinione di popolo, sono concordi nel definire ad oggi l’Ospedale Chiello quale baluardo indiscusso della sanità piazzese, di quella sanità che vede negli anziani la principale risorsa di una popolazione ormai spolpata da flussi migratori e divenuta decadente. Non c’è da sorprendersi, infatti, se in prima fila nella lotta per salvare ciò che resta dell’ospedale, ci siano i tanti ‘nonni’ armerini che qui, nei bei tempi andati della loro gioventù, decisero di costruirvi il futuro, affidandone ad esso le speranze più promettenti nella dimensione di un luogo che ancora, ai tempi, li lusingava; gli stessi nonni per i quali ‘il Chiello’ è da sempre insostituibile punto di riferimento e rimedio contro l’avanzare della terza età. Essere anziani oggi è notevolmente ben diverso dall’esserlo un tempo, e considerando che la presenza dell’anziano nella società è stata variamente dotata di considerazioni mutevoli a livello cronologico, mi piace quindi vagheggiare di quelle città a regime aristocratico che oggi costituiscono quel passato remoto di cui si nutrono taluni libri di storia. Facendo un notevole salto indietro, nella Sparta dell’antica Grecia, un consiglio detto gherusía e composto dagli anziani della polis, era fonte di progresso nel senso dell’educazione collettiva. Essendo l’anziano un saggio per antonomasia – in quanto aveva raggiunto quell’età che gli consentiva di stare al di sopra di chi, in quanto più giovane, era carente in quanto a esperienza – non era strano che gli venissero riservati onori che, nella maggior parte dei casi, si manifestavano socialmente nella concessione di veri e propri poteri politici. Tornando ai giorni nostri, non sarà difficile notare come l’anziano sia premiato a livello soggettivo, ossia a seconda del gradino che occupa nell’ideale (e ad oggi si spererebbe obsoleta) scala gerarchica sociale. Ma siamo realisti: l’anziano medio, abitante dell’infelice entroterra siciliano, e possibilmente di uno dei tanti paesi famelici di riscatto che gravitano nell’orbita del comprensorio marchiato dalla sanità quasi fantasma del Chiello, è un soggetto precario, e non solo per l’immagine fisica potenzialmente decadente (ancor di più se accresciuta dalla povertà per cui è tristemente famosa la nostra area geografica) di chi è ormai ‘vecchio’, ma perché langue nella precarietà economica di una pensione mensile ingrata al lavoro di una vita, perché non è risparmiato dalla solitudine per mancanza di presenze familiari, e perché neanche più l’esenzione ticket sembra fargli compagnia (troppo spesso ormai negata ai realmente bisognosi, forse per favorire la gratuità delle medesime prestazioni a qualche ospite del neo costituendo ‘Eldorado-Italia!?). Troppe le prestazioni mediche per cui si è scelto di non avere clemenza, e troppo grande la fetta di popolazione ‘indifesa’ ed economicamente impreparata che si è vista ridurre la possibilità di non pagare prestazioni altrimenti aventi un costo troppo oneroso, rinunciando così alle normali visite di routine, e guadagnandosi una posizione di tutto rispetto nel ‘ghetto dell’emarginazione’ (altro che tempi della gherusía!), a beneficio dei ‘bisognosi di oggi e di domani’ che invece sfruttano la possibilità di ottenere servizi nuovi di zecca, partoriti dalla fantasia dei tanti paladini del nuovo senso di giustizia sociale, che tanti posti di lavoro sconosciuti all’ingegno umano (dicasi ‘farlocchi’) distribuiscono a chi nel Sud che va in frantumi, non sa più che pesci pigliare. Sta pur sempre di fatto, che qualcuno potrebbe indignarsi se in tutto ciò non venissero presi in considerazione i giovani, nonostante la loro ben giustificata inclinazione ad andar via. Ebbene, stando ai fatti, questi ultimi dichiarano una manifesta propensione che non esitano a giudicare ovvia, nel recarsi altrove per farsi praticare prestazioni mediche di una certa importanza, riservando al Chiello una posizione secondaria e destinandone il personale medico, per altro giudicato altamente qualificato almeno nella maggior parte dei casi – ma a quanto pare impossibilitato ad espletare come si converrebbe la propria professionalità – ad occuparsi di casi sanitari dalla minore criticità. Tutto ciò in relazione all’odierna mancanza di un’adeguata strumentazione (ricordiamo la sempre totale assenza di una sala di rianimazione, posta a pretesto della chiusura, tra l’altro, qualche anno addietro, del reparto di ostetricia) rea di fomentare condizioni di inadeguatezza nell’operare all’interno del nosocomio, in cui a rispondere alle prestazioni è ad oggi un esiguo numero di reparti, tra cui chirurgia (fiore all’occhiello del presidio, che al momento vanta celerità ed eccellenza nelle prestazioni erogate, nonché facilità di accesso circa la tempistica), nefrologia, medicina e ortopedia, e lasciando inoltre senza speranze la ripresa di quello che probabilmente si configurerebbe – in quanto a necessità, essendo direttamente coinvolto nella salvezza tempestiva di vite umane – come il più indispensabile dei reparti, ossia la cardiologia, che non riesce a risalire avvalendosi di un saldo punto di riferimento neanche facendo leva sullo stesso pronto soccorso per via della non rara irreperibilità del medico responsabile, e lasciando di conseguenza e in reiterate occasioni la telecardiologia come ‘ultima spiaggia’ nella diagnosi di eventuali patologie cardiovascolari; diagnosi la quale lamenta, inoltre, la carenza di esami della portata dell’ecocardiogramma da sforzo. Quanto negli anni ha avuto la sfortuna di essere dismesso, permane ancora, in via non del tutto eccezionale, nel dimenticatoio di una voluta mancanza di ripristino che favorisce il dirottamento – con lunghe code di attesa per chi non può permettersi di affrontarli pagando – di esami di una certa delicatezza, (gastroscopia, colonscopia, per citarne alcuni) verso il capoluogo ennese, e favorendo lo sviluppo ulteriore di una ben nota sanità privata. Via i giovani che cercano altrove l’eccellenza, questo non è e non dovrebbe comunque essere letteralmente un ‘paese per vecchi’, ma un’ area geografica che si vuole civile e rispettosa delle basilari necessità nonché dei diritti delle fasce più deboli della popolazione, anziani in primis, che auspicano una ripresa del Chiello tale da nutrirsi di un sicuro potenziamento dei reparti e di una capillare efficienza nell’assistenza specialistica e ambulatoriale, e che non debba soffrire, a distanza di tempo, delle conseguenze della storica cattiva gestione perpetrata dalla politica, facendo sì da equipararne l’imponente struttura situata all’ingresso nord della città, a quella sterile di una cattedrale nel deserto.

Ambra Taormina

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