Il vento dell’intolleranza soffia forte anche a Piazza Armerina – di Federico Filetti

Negli ultimi mesi mi è capitato di ascoltare spesso questa canzone ed ogni volta che l’ascolto mi pervade una strana ed inarrestabile sensazione di malinconia.

Qualche giorno fa, nel paese dove sono nato – un paesino ventimila anime che sono solito definire come la parte più sfortunata della parte fortunata del mondo – dei migranti, ospiti di un centro di accoglienza, hanno bloccato una strada ribellandosi alle forze di polizia. I motivi della protesta non sono chiari e le uniche notizie sono relative alle condizioni di quei poveri poliziotti e carabinieri che, sprovvisti di una strumentazione idonea ed in numero evidentemente esiguo, hanno subìto in prima persona gli effetti di quella manifestazione.
Cerco di vederci chiaro, di carpire informazioni da fonti diverse, cercando di unirle per formulare una verità credibile… ma niente. D’altronde il mio paese è chiamato “il paese delle 100 uova”, dove la verità viene plasmata ad uso e consumo di chi ne ha bisogno.

Il vento dell’intolleranza soffia forte anche qui, dove personaggi in cerca d’autore, politici da strapazzo, montano a neve la frustrazione di una crisi economica e sociale che, nella parte più sfortunata della parte fortunata del mondo, dura da almeno un ventennio, attratti fatalmente dal consenso costruito sulla paura. Fingono perfino disappunto quando li apostrofi come fascisti, salvo poi sorridere inebetiti subito dopo. Del resto, il vuoto pneumatico, culturale ed ideologico, di chi del mondo non ha visto nulla viene spesso riempito ripetendo pedissequamente la filastrocca del capobastone.
L’odio 2.0 è un tripudio di becera ignoranza, pressapochismo e violenza gratuita, portato avanti telematicamente senza dare peso alle parole e alle loro conseguenze: madri e padri di famiglia pronti a vomitare rancore verso l’uomo nero perché, per dirla come Brunori, “rubano, sporcano e puzzano”, suggerendo “olio di ricino e manganelli” come soluzione definitiva.
La Sicilia è una terra che da tanto tempo resiste al cambiamento, militarmente accerchiata com’è dal mare e dall’assenza di prospettive. Una terra addormentata, svegliata da un’alluvione sociale, da un esodo che non ha eguali nella storia recente. Un sonno che sta generando un mostro. A completare il quadro, l’esigua profondità d’animo di chi questa terra la vive quotidianamente, ed il processo di etnicizzazione delle rivendicazioni sociali – fenomeno comune a molti altri posti in Europa – causato dalle politiche di austerità adottate negli ultimi anni.

Penso agli effetti dell’odio 2.0 sui giovani che sono rimasti, che dall’intolleranza delle madri e dei padri traggono un pessimo esempio.
Penso di nuovo alla canzone di Brunori, quando dice che “l’uomo nero semina anche nel mio cervello, […] quando ho temuto per la mia vita seduto su un autobus di Milano, solo perché un ragazzino arabo si è messo a pregare dicendo il corano”.
Poi mi prende la tristezza, perché penso che non riesco a reggere tutto questo pressapochismo, questa rabbia repressa pronta ad esplodere come una bomba ad orologeria.
Penso che se penso troppo poi mi viene la gastrite, sto incazzato tutto il giorno, che non voglio più vedere e sentir parlare gli insospettabili che del loro razzismo non fanno vergogna.
Penso che Dio non è ancora morto, ma anche che di questi tempi non se la passi troppo bene.

Fatemi un favore: se siete arrivati a leggere fino a qui ascoltatela la canzone di Brunori. Cercate di comprenderne il significato, ragionateci su per un po’. Poi, se ne resterete impressionati come è successo a me, fatela ascoltare a quante più persone potete. La bellezza è lo strumento più forte per sconfiggere l’odio.

Federico Filetti

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