Disoccupazione e disuguaglianze dal ‘900 ai giorni nostri. La nascita del reddito di cittadinanza. Pt. 3

Come ho avuto modo di spiegare la scorsa settimana, i problemi principali che impediscono la realizzazione del Reddito di Base sono tre:

  • La fattibilità economica della misura;
  • L’effetto distorsivo sui meccanismi di auto-regolazione del mercato del lavoro;
  • La fattibilità politica.

Quest’ultima è l’inevitabile conseguenza delle prime due dimensioni. Una misura dai costi troppo alti e dai benefici non quantificabili con certezza è difficilmente spendibile dal punto di vista politico e riceverebbe il sostegno solo di una piccola parte della popolazione e delle forze parlamentari.

E siccome il detto “il trenta percento di qualcosa è meglio del cento percento di niente” è tutt’oggi una grande ed antica verità, la soluzione politicamente ed ideologicamente più spendibile per fronteggiare problemi appena elencati sono i sistemi di integrazione del reddito testati sui mezzi, ovvero sul reddito familiare (come il Reddito di Cittadinanza proposto dai 5 Stelle, di cui parlerò più avanti).

 

Disponibili in tutti i Paesi Europei, questi programmi sono destinati agli individui e alle famiglie con reddito basso, indipendentemente dallo stato occupazionale. Contestualmente all’ingresso nel programma viene stipulato un “contratto sociale” nel quale il ricevente si impegna, con l’aiuto dei centri del lavoro e degli enti locali, a cercare un lavoro, pena il decadimento del diritto di ricevere il benefit.

In Germania, ad esempio, il programma Hartz IV prevede un assegno di 391 euro per individuo sotto i 65 anni e 313 euro in più per ogni individuo all’interno dello stesso nucleo familiare. In caso di presenza nel nucleo familiare di bambini sotto i sei anni si ricevono 229 euro in più per ogni bambino, se i bambini hanno dai 7 ai 14 anni si ricevono 261 euro, in caso di adolescenti dai 15 ai 17 se ne ricevono 296.

In Francia, invece, il programma Revenu de solidarité active prevede un benefit destinato ai cittadini con più di 25 anni il cui ammontare varia in base alla composizione del nucleo familiare: le famiglie unigenitoriali con un figlio a carico ricevono 854.89 euro, con due figli a carico ricevono 1.068.61 euro e 213.72 euro per ogni figlio a carico superiore al terzo. Per le coppie l’ammontare è più cospicuo: 898.76 euro se si ha un figlio a carico, 1048.55 con due figli a carico e 199.72 euro per ogni figlio a carico dopo il secondo.

 

L’Italia è l’unico Paese Europeo, insieme alla Grecia, a non essere dotato di un sistema di reddito minimo. L’unico provvedimento di questo tipo risale al 1999, quando è stato lanciato il Reddito Minimo d’Inserimento, che è durato fino al 2006 e la cui sperimentazione è stata divisa in due parti: alla prima hanno partecipato 306 Comuni, la seconda ne ha contati 267 ripartiti, in entrambi i casi, lungo tutto il territorio Italiano.  I beneficiari sono stati più di 28000.

Come si ha modo di leggere sulla relazione al Parlamento scritta dal Ministero per le Politiche Sociali, la sperimentazione ha avuto un esito positivo nel combattere le situazioni di deprivazione ed emarginazione, ma sono state evidenziate delle grandi carenze per quanto riguarda le performance delle Pubbliche Amministrazioni chiamate a gestirla, sia dal punto di vista amministrativo che scientifico.

Gli esiti del processo di reinserimento sociale, che sono quelli più interessanti, vengono condizionati pesantemente dal tessuto socio-economico locale, con ovvie differenze tra settentrione e meridione d’Italia.  Meridione che soffre di un ormai cronico ritardo rispetto alle regioni del Centro-Nord, sia per quanto riguarda lo sviluppo economico sia per l’efficienza amministrativa.

Altri sistemi di integrazione del reddito, in Italia, sono stati implementati nel 2008 e nel 2013: stiamo parlando del Sostegno all’Inclusione Attiva (comunemente chiamata Carta Acquisti) e della nuova Social Card.

La prima è una carta di pagamento del valore di 40 euro mensili che viene erogata agli over 65 e ai bambini sotto i 3 anni. La nuova Social Card, che ha affiancato la vecchia, ha esteso sia l’entità del benefit da 40 ad un massimo di 404 che la platea di beneficiari, includendo tutti i cittadini italiani o comunitari residenti in Italia che si trovano in situazioni di deprivazione economica.

Anche questa volta i risultati della sperimentazione mostrano una situazione molto eterogenea: in alcuni casi i requisiti eccessivamente stringenti non hanno consentito di esaurire i fondi disponibili, in altri casi i fondi sono stati esauriti velocemente. In generale il problema più grande riscontrato è stato relativo al numero di domande, che si sono dimostrate eccessivamente basse.

L’unico esempio d’introduzione in via permanente di una forma di reddito minimo riguarda la Provincia Autonoma di Trento, che ha implementato il Reddito di Garanzia nel 2009.

 

L’ISTAT ha recentemente effettuato una stima dei costi di implementazione delle proposte di un sistema di reddito garantito del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Ecologia e Libertà: per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, nel 2015 il costo stimato del Reddito di Cittadinanza è di 14,9miliardi di Euro destinati a 2 milioni e 759 mila famiglie con un reddito inferiore alla soglia di povertà; nella proposta di SEL, più inclusiva rispetto a quella dei 5 Stelle, il costo totale della misura è circa 23,5 miliardi di euro nel 2015, mentre le famiglie beneficiarie sono il 7.5 percento della popolazione (pari a 1 milione 960 mila persone). Il beneficio medio, pari a circa 12 mila euro annui, non si riduce all’aumentare del reddito familiare, essendo stabilito in somma fissa per ipotesi.

 

Da quella del presidente dell’INPS – l’economista Tito Boeri – a quella del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, le proposte di implementazione di un Reddito Minimo di Garanzia in Italia sono state numerosissime.

Fornire un reddito supplementare agli individui in situazione di povertà è una delle poche strategie che i policy maker hanno per diminuire l’attuale stato delle disuguaglianze e le tensioni sociali che ne scaturiscono. Farlo attraverso sistemi di integrazione testati sui mezzi è certamente la via politicamente più semplice, indipendentemente dai vincoli di spesa che gli Stati si sono impegnati a rispettare. Questo discorso vale in Italia come all’estero.

 

E’ tuttavia necessario poter pensare di centralizzare il processo redistributivo a livello europeo, dimostrando ai cittadini del Vecchio Continente che l’Unione non è solo economica ma anche, e soprattutto, sociale e giuridica.

L’annosa questione dei flussi migratori provenienti da Africa e Medio Oriente e gli effetti recessivi della crisi stanno risvegliando, nelle menti più deboli, un anacronistico fervore nazionalista che rischia di far implodere il progetto di unità europea.

E la Storia, da brava consigliera, insegna che “uscire a destra” dalle crisi economiche ha costi sociali enormi. Per tutti.
Federico Filetti

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