Disoccupazione e disuguaglianze dal ‘900 ai giorni nostri. La nascita del reddito di base. Pt. 2

Ricapitolando, negli ultimi trent’anni abbiamo assistito al cambiamento dell’ideologia economica dominante e ad una rapida impennata delle disuguaglianze. Ad essere cambiato è fondamentalmente il ruolo che lo Stato ha nel gestire il ciclo economico.

Vi dicono qualcosa Enel, Eni, IRI, Telecom e Poste? Erano grandi aziende pubbliche i cui profitti appartenevano allo Stato, e quindi alla collettività. A quei tempi lo Stato aveva, dunque, il ruolo duplice di attore di mercato e di arbitro.

Le privatizzazioni degli anni ’80 e ’90 sono la testimonianza dell’avvenuto cambiamento ideologico: le democrazie avanzate devono snellirsi, e per farlo è necessario rimodulare ruolo e budget delle proprie istituzioni. E’ necessario, secondo il pensiero dominante, uno Stato sempre meno attore e sempre più soltanto arbitro.

Ma cosa vuol dire che uno Stato deve essere soltanto un arbitro nel ciclo economico?

Essere arbitro in un’economia di mercato globale vuol dire avere il compito di correggerne i fallimenti, il che si traduce nel fornire garanzie pubbliche (leggasi: tanti soldi) ad imprenditori e lavoratori finiti sul lastrico a causa di congiunture economiche sfavorevoli (o a causa degli azzardi degli stessi amministratori, ndr).

Dalle crisi economiche degli ultimi decenni abbiamo però appurato che l’enorme quantità di denaro pubblico utilizzato per curare gli azzardi di pochi non hanno portato alla collettività i benefici che, almeno in teoria, ci si aspettava.

Basti pensare ad Alitalia (compagnia di bandiera storicamente in mano alla politica), salvata con 5 miliardi di euro dall’ultimo Governo Berlusconi pur di non essere ceduta a KLM, oppure alla pioggia di miliardi piovuti nei bilanci delle principali banche italiane dopo il quadriennio 2008-2012.

Ciò che è sotto gli occhi di tutti è che esiste una piccola parte, potente e privilegiata, della società che viene strenuamente difesa dalla politica, dalla burocrazia e dai media. Esiste però un gran numero di persone che non è stata tutelata durante il cambiamento di impostazione ideologica. E che, soprattutto, continua a non esserlo.

Come molti di voi ricorderanno, il 5 Giugno 2016 in Svizzera si è tenuto un importante referendum: i cittadini elvetici sono stati chiamati a decidere sull’introduzione di un reddito garantito di 2500 Franchi Svizzeri al mese a tutti gli individui in possesso di cittadinanza svizzera, indipendentemente dal proprio stato occupazionale e dal reddito eventualmente percepito. Il referendum non è passato (solo il 23,1 percento della popolazione ha espresso parere positivo), ma almeno ha avuto il merito di portare alla ribalta del grande pubblico un argomento al centro del dibattito tra gli esperti.

Questo tipo di sistema di integrazione del reddito, chiamato Reddito di Base, si differenzia da quelli attualmente in vigore in molti paesi Europei (e proposti, in Italia, da molti partiti politici ed associazioni) per tre motivi:

  1. è pagato su base individuale e non familiare;

  2. è pagato indipendentemente dai redditi di altra provenienza;

  3. è pagato indipendentemente dalle performance lavorative o dalla disponibilità ad accettare un lavoro se offerto.

In un’interessante lettura intitolata “John Maynard Keynes, capitalismo cognitivo, basic income, no copyright: è possibile un nuovo “new deal”?”, il professor Andrea Fumagalli – economista – introduce la definizione di capitalismo cognitivo, definendolo come “la produzione di ricchezza tramite l’attività cognitiva (o lavoro cognitivo), cioè principalmente tramite attività cerebrali e relazionali immateriali”.

Fumagalli spiega che il Capitalismo Cognitivo differisce dal Capitalismo Fordista (da Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica che introdusse la catena di montaggio per la produzione in serie della Model T) perché ad essere scambiati non sono tanto i beni materiali quanto la conoscenza. Ci stiamo riferendo al settore terziario, cioè i servizi, i cui volumi di scambio stanno aumentando costantemente ed aumenteranno ancora di più nei decenni a venire.

Usando la terminologia Marxista, il capitalismo cognitivo modifica il sistema economico di tipo Denaro-Merce-Denaro (ovvero quel sistema attraverso cui, con un dato capitale iniziale, produco un bene che scambio ad un prezzo maggiore del costo necessario per produrlo), facendolo diventare un sistema di tipo Denaro-Conoscenza-Denaro.

Il sistema capitalistico di tipo cognitivo, insieme alle dinamiche di liberalizzazione dei mercati (tra cui – e soprattutto – quella del mercato del lavoro) a cui stiamo assistendo ed unito ad una contrattazione sindacale sempre più decentrata rendono precaria e mobile (sia dal punto di vista delle mansioni svolte che della sede lavorativa) la condizione del lavoratore, le cui dinamiche salariali non sono più legate alla produttività. Ciò che si sta cercando di dire è che nel Sistema Fordista tanto maggiore era la produttività del singolo operaio, tanto maggiore era la probabilità che lo stesso ricevesse un aumento di stipendio.

Scorporare le dinamiche salariali dagli aumenti di produttività sconvolge il rapporto che lega le scelte lavorative e di tempo libero dell’individuo che, in questo modo, per mantenere nel tempo il proprio standard di vita, è costretto a lavorare di più.

Dunque: cambiamento del paradigma economico, flessibilizzazione del mercato del lavoro, precarizzazione del rapporto lavorativo e, spesso, stagnazione degli stipendi sono i principali motivi per cui lo Stato, in un’ottica di correzione degli “effetti perversi delle dinamiche di mercato”, dovrebbe ergersi a garante dei propri cittadini.

Questa è la filosofia sottostante l’idea di Reddito di Base.

Esistono però tre principali problemi che ne impediscono la piena realizzazione: la sostenibilità finanziaria della misura, l’effetto distorsivo sui meccanismi di auto-regolazione del mercato del lavoro e, di conseguenza, la fattibilità politica della misura.

Per quanto riguarda la prima dimensione, non sono stati ancora stimati i possibili costi di realizzazione ed implementazione semplicemente perchè la misura non è stata mai attuata.

Né tantomeno è dato sapere, se non in teoria, quanto un reddito garantito possa scoraggiare gli individui a partecipare al mercato del lavoro: è naturale che un individuo che riceve un reddito aggiuntivo in maniera gratuita modificherà le sue scelte di lavoro/tempo libero; ma sceglierà di lavorare di meno? E se sì, quanto?

La fattibilità politica, conseguenza delle altre due dimensioni, è il problema fondamentale: secondo l’economista Jurgen De Wispelaere è decisamente improbabile che ci sia una convergenza di intenti da parte delle forze politiche dell’arco parlamentare su un tema così divisivo.

Per questo, sono state ideate delle varianti al Reddito di Base come il Reddito di Partecipazione (che tuttavia non è stato mai implementato) e la Tassa Negativa sul Reddito:

  • il Reddito di Partecipazione, teorizzato da Anthony Atkinson, è un reddito garantito ai cittadini previa partecipazione ad alcune attività di reinserimento sociale come il volontariato, la cura degli anziani, il servizio pubblico, la partecipazione a corsi di formazione riconosciuti dallo Stato;

  • la tassa negativa sul reddito è un credito d’imposta finanziato dai lavoratori al di sopra della soglia di povertà e dedicato ai lavoratori sotto la soglia della povertà.

Le criticità del primo sistema riguardano i destinatari: il concetto di partecipazione è in se troppo estensivo e troppo restrittivo ed in assenza di regole precise e di un potente sistema amministrativo si rischierebbe di creare un sistema ibrido che unisca i principali difetti del Reddito di Base e dei sistemi di integrazione del reddito testati sui mezzi.

La Tassa Negativa sul Reddito, ideata dal Premio Nobel Milton Friedman, è stata implementata negli Stati Uniti tra il 1968 e il 1972. Questo programma ha avuto effetti positivi nel ridurre le disuguaglianze dei lavoratori ma presenta una grande criticità: essa è dedicata agli individui che già lavorano. Questa particolarità, in un contesto macroeconomico con eccessiva disoccupazione come quello Europeo, rischierebbe di rendere la misura poco efficace, soprattutto se paragonata ai costi necessari ad implementarla.

Philippe Van Parijs, economista e filosofo belga, auspica la realizzazione di un sistema di Reddito di Base europeo chiamato Eurodividendo che verrebbe finanziato dall’IVA, armonizzandola al 20 percento in tutta Europa, per un benefit di 200 euro. Esiste un’altra proposta, formalizzata da Anthony Atkinson, nella quale l’economista auspica l’introduzione di un BI europeo, questa volta destinato alle famiglie con bambini sotto la soglia della povertà.

La sempre più sfrenata competizione tra aziende tipica dell’attuale sistema economico sta portando inevitabilmente ad una corsa al ribasso dei prezzi. Se i prezzi dei beni e dei servizi diminuiscono di più di quanto aumenta la produttività, a parità di altre condizioni, è inevitabile che a diminuire saranno stati gli stipendi dei lavoratori.

Ed è importante ricordare che diminuzione (o stagnazione) degli stipendi e la conseguente difficoltà a mantenere stabile lo standard di vita sono due ingredienti capaci di mettere a rischio la tenuta sociale di ogni territorio.

Ultimamente Mario Draghi ha parlato di Helicopter Money, letteralmente “gettare i soldi dall’elicottero”. E’ una metafora utilizzata per spiegare che la BCE sta pensando di recapitare periodicamente una somma di denaro direttamente sui conti correnti dei cittadini europei.

A pensarci bene, è un modo diverso di chiamare il Reddito di Base.

Sperando che, nell’eterna lotta tra falchi e colombe all’interno del Consiglio Direttivo della Banca Centrale, questa volta siano i secondi a vincere.

Federico Filetti

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