…Che il bastardo sia con noi!?

Dal 1994, Piazza Armerina tra fantasia e mistero nel romanzo di Silvana Grasso

Chi ce lo vieta, scagli la prima pietra!…Chiamiamola pure la ‘maledizione della lettura consigliata’: in pratica, si tratta di un piccolo ‘tarlo’, un tarlo mentale che si insinua nel candidato lettore quando questo è sfidato dagli amici o dalla sorte, a riflettere sulle righe di uno scritto, e a renderne conto alla fine. Tarlo che si adopera poi a macinare perplessità e mistero, quand’anche è sfogliata l’ultima delle 197 pagine de Il Bastardo di Mautàna – concentrato audace e intenso di bontà siciliana – edito da Einaudi per Silvana Grasso da Macchia di Giarre. Ma si può sfatare…un tarlo!?

 

Di certo, c’è che è tutto un fare e un disfare; un trafficare di vite in primo e in secondo piano; di vite da contorno, e di caratteri da salotto. Lo snodarsi di un intreccio che va dilatandosi verso la sua fine naturale, per poi lasciarci a mani vuote e…a cervello pieno! Sin quasi da subito, a far bella mostra, ecco arrivare lui: il potente Don Giachino Verderame; ricco proprietario terriero, alfa e omega del mormorare di vite che pettegolano attorno alle masserie del feudo di Mautàna, nei pressi della vicina Terranova dall’appellativo ormai in disuso. Eppure, quel Don Giachino – protagonista e prepotente nella sua grossa cipolla d’oro e nel panciotto, con l’ernia vergognosa schizzata fuori dall’inguine – se ne sta quieto da ormai quindici anni “nel vermicaio del loculo”, sollevato per quel che si può dalle preoccupazioni terrene, ma reo dell’ingombrante eredità da lui stesso seminata col vizio, nelle vulve rozze e remissive delle donne giù a Mautàna. Lui, che è morto lasciandosi appresso una doppia scia di sangue, quella malata del fegato sputato a forza e ormai distrutto dalla cirrosi, e quella ‘sana’, fluido corporeo nelle viscere dei suoi due figli: Tano, ‘maiale’ da strapazzo, lussurioso, e primo inquilino al municipio di Terranova; e poi Lupo – bastardo sì, ma tanto signorile e ammirato – finalmente vescovo di Piazza Armerina, “la curia più ricca”! Tutto secondo i suoi desideri.

Devozione dei figli mai riconosciuti!?…Potere temporale e spirituale a confronto!?… Un moderno ‘guelfo’ e un ‘ghibellino’, inaspettatamente figli di uno stesso seme!?…o solo il legittimo capriccio dell’autrice, che ci sfida ad indagare col pensiero, sulla vicenda umana di qualche insospettabile della nostra curia!?

E ancora, c’è che ad armeggiare sullo sfondo de Il Bastardo di Mautàna, abbiamo la Sicilia del primo Novecento! Terra di miserabili alle prese col vuoto garbuglio del quotidiano, ma sincera e vitale nella forma dei suoi contadini laboriosi e dei ‘signori’ insospettabili: qui entrambi esplorati fisicamente e moralmente sotto l’occhio attento di un ‘microscopio immaginario’, quando questo prende vita alla luce del linguaggio colorito della sua autrice. Quindi, poesia dalle cadenze sicule, usanze obsolete (?), superstizioni, proverbi e canzoni. Un’esistenza saggia, quanto squallida e corrosa dall’insolenza di tabù e formalità che malcelano un senso trascinato di vergogna mista a pudore…un po’ come fanno i cenci sudati coi corpi tozzi dei giovani garzoni delle vigne, e i baveri sudici attorno al gozzo delle monache vecchie, ottuse, avide, e golose.

Ma lei è impudente e azzardata; sfacciata, menefreghista, e insensibile ai benpensanti; e pure se blasfema di fronte all’integrità e alla fede ipocrita dei religiosi della buona novella, Silvana Grasso ha sentenziato con uno scritto dal sapore verista delle novelle di Verga, ma più amara, decisa e travolgente nello sforzo del realismo. E tra le albe e i tramonti sanguigni di Sicilia – che nel romanzo scandiscono le gocce di sudore buttato a star chini in mezzo ai campi, e i rozzi amplessi consumati in tutta fretta sulle stuoie di capra, dai contadini di là da Terranova – l’invito di un amico a leggere sulle righe, per poi ritrovarsi a riflettere tra le righe…sempre in compagnia del tarlo meschino: quale ‘bastardo’ assiso al governo della nostra curia?

Sfatato o no, il cielo è sempre più blu su Piazza Armerina: dal 1994, tra voli della fantasia e turpe mistero, un nuovo particolare infittisce di ombre i 200 travagliati anni di storia della nostra Diocesi.

Ambra Taormina

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