Disoccupazione e disuguaglianze dal ‘900 ai giorni nostri. Pt. 1

Gli accordi di Bretton Woods, siglati nel 1944, rappresentano lo spartiacque delle politiche monetarie e fiscali dello scorso secolo. Gli accordi prevedevano, tra le altre cose, la creazione di due enti monetari indipendenti (il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale) e la centralizzazione del processo economico e finanziario negli Stati Uniti, la cui moneta era l’unica ad essere ancorata all’oro (ad un prezzo di 35 Dollari per oncia), mentre tutte le altre monete erano ancorate al Dollaro. Questo regime monetario, unito ad un rigido controllo della mobilità dei capitali e a delle politiche economiche volte a stimolare la domanda aggregata di beni, è stato il volano principale della ripresa economica post bellica.

Nel 1971, a seguito di alcune crisi sul mercato dei cambi, l’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon comunica la fine della convertibilità aurea del Dollaro sancendo di fatto inizio di una nuova epoca per tutto l’Occidente.

Le crisi inflazionistiche del 1973-1979 (dovute all’aumento del prezzo del petrolio), unito ad un sempre più grande fermento ideologico liberale nelle principali accademie occidentali, sono l’ultimo tassello della trasformazione del Sistema: si passa così da un sistema capitalistico controllato ad un sistema capitalistico nel quale gli attori principali sono le forze del mercato e la regola fondamentale è che non ci sono regole.

Dalla fine degli anni ’70, e quasi in concomitanza con l’elezione di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Gran Bretagna, le disuguaglianze nel mondo sono dunque iniziate ad aumentare e il trend, crescente anche adesso, ha avuto una rapida impennata dopo la crisi del 2008 e le successive politiche di consolidamento fiscale.

Secondo Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’economia nel 2001, negli Stati Uniti, negli ultimi 30 anni, coloro i quali percepivano i salari nell’ultimo 90 percento della distribuzione hanno visto un incremento solo del 15 percento dei loro redditi, mentre chi si posiziona nell’1 percento più ricco della distribuzione ha avuto un aumento di quasi il 150 percento; la percentuale arriva addirittura al 300 percento se si prende in considerazione il primo 0.1 percento più ricco.

Numerose ricerche spiegano che in Europa il fenomeno della disoccupazione di breve periodo, dopo la crisi, si è trasformato in disoccupazione di lungo periodo e che gli strumenti di tutela sono, generalmente, stati molto più forti per i lavoratori a tempo indeterminato di quelli a tempo determinato: un numero sempre maggiore di persone è quindi costretta a passare dal lavoro temporaneo alla disoccupazione, ed il discorso vale soprattutto per i giovani. Il risultato è l’aumento dei lavoratori al di sotto della soglia di povertà.

In Italia la situazione è ancora più drammatica, visto che, secondo il Rapporto Svimez pubblicato nel 2015, l’Italia è spaccata a metà non solo nel sistema produttivo ma soprattutto nel sistema sociale, essendo la ricchezza – e la sua distribuzione – di molto inferiore nelle regioni del meridione rispetto all’Italia Settentrionale.

La dinamica crescente delle disuguaglianze unita agli effetti della Grande Recessione hanno impoverito un grandissimo numero di persone in tutto il Vecchio Continente.

Risulta evidente che uno dei modi per restituire ai cittadini europei il potere d’acquisto perso durante gli ultimi dieci anni è quello di aiutarli a provvedere ai loro bisogni garantendogli un reddito.

Questo è l’obiettivo dei sistemi di integrazione del reddito, che in letteratura vengono usualmente distinti in due macro-categorie: i sistemi di integrazione del reddito universali e quelli testati sui mezzi.

La differenza fondamentale tra i due sistemi riguarda i destinatari: intuitivamente, i sistemi universali sono rivolti a tutti gli individui, senza restrizioni legate al reddito o allo stato occupazionale; al contrario, i sistemi testati sui mezzi individuano una soglia di reddito sopra della quale cessa il diritto di ricevere il benefit.

Nelle prossime due settimane spiegherò le differenze tra questi due sistemi, i loro punti di forza e le loro debolezze.

L’obiettivo è di cercare di capire perché, nel 2016, un paese avanzato come l’Italia non riesce ad istituire una legge seria per difendere quella parte di popolazione la cui qualità della vita è stata irrimediabilmente compromessa dalle vicende successive al 2008.

Federico Filetti

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: