Le elezioni tedesche ci dicono molto sullo stato della sinistra in Europa – di Federico Filetti

Nonostante l’ennesima riconferma, la Cancelliera Angela Merkel perde circa il 9% dei voti rispetto alle passate elezioni, attestandosi al 32.9%. Importante è la débâcle dei social-democratici di Martin Schulz – che perdono circa 40 seggi toccando il minimo storico – e l’ingresso nel Bundestag di AfD, partito della destra populista e anti-immigrati.

Questa trasformazione elettorale, proprio perché avvenuta in un paese politicamente stabile come la Germania, può essere interpretata come la dimostrazione della perdita del ‘polso’ del Paese da parte delle forze progressiste tradizionali? E, come successo altrove in Europa, si rischia davvero di lasciare terreno fertile ai populismi di destra? Le dichiarazioni rilasciate poco prima delle elezioni in Germania dal Segretario del PD Matteo Renzi, ospite alla festa dell’Unità di Imola, possono essere utili a rispondere a queste domande.

Nel pieno della crisi, la Grecia (con l’elezione di Syriza e l’affermarsi di Alba Dorata) e l’Italia (con l’arrivo in Parlamento del Movimento 5 Stelle e la crescita contestuale sia della Lega targata Salvini che di Casapound) furono le prime a dimostrare che la dieta a base di pane e neoliberismo, di ‘compiti a casa’ fatti di tagli al welfare e sacrifici chiesti sempre agli stessi rischiavano seriamente di sconvolgere l’assetto politico del Vecchio Continente.

Qualche anno dopo, l’ascesa delle destre ha colpito le social-democrazie del Nord Europa, ma anche Austria e Ungheria. L’anno scorso ha poi toccato il Regno Unito con la Brexit e la Francia, dove Marine Le Pen è riuscita ad arrivare al ballottaggio con Macron. Negli Stati Uniti, le stesse pressioni hanno portato all’elezione di Donald Trump.

Da ieri, per la prima volta dopo 80 anni, una forza di ‘quella’ destra è ritornata al Bundestag, conquistando il 12.7% delle preferenze (terza forza in assoluto) e 94 seggi in Parlamento.

Una tornata elettorale dopo l’altra, le destre nazionaliste e xenofobe guadagnano consenso tra gli ‘ultimi’, individui per i quali la maggior parte dei governi di centro-sinistra in Europa hanno fatto poco o nulla. Il successo di AfD ha immediatamente fatto tornare alla memoria scenari passati che tutti credevamo morti e sepolti. Anche chi non crede nella ricorsività della storia dovrebbe ammettere che la tensione sociale di oggi è, da molti punti di vista, sovrapponibile a quella del periodo a cavallo tra le due Guerre.

Alla precarizzazione dei rapporti lavorativi e delle condizioni di vita, negli ultimi trent’anni anni, non si è risposto con un innalzamento dei diritti ma anzi con ulteriore precarizzazione. I sistemi di welfare, quasi ovunque in Europa, non hanno coperto adeguatamente la popolazione dai Nuovi Rischi Sociali, diventando sempre più selettivi (spesso, in Italia, i requisiti per accedere ai programmi sono così restrittivi che solo in pochi riescono a beneficiarne) e sempre meno universali, frutto di una strategia che vuol far sparire lo Stato dietro al mercato. I partiti social-democratici hanno legiferato come se a farlo fosse stata la destra liberale, con programmi volti esclusivamente a ridurre le tasse ai più ricchi, senza mai essere incisivi nei confronti del grande capitale, e riducendo indiscriminatamente le risorse a diverse forme di assistenza sociale (dalla sanità, agli asili nido, all’istruzione, e ai sussidi al reddito per famiglie, poveri e disoccupati). Il risultato è un bacino sempre crescente di malcontento che, quando non intercettato da movimenti di “sinistra” (come Syriza in Grecia, Podemos in Spagna o, con le alcune peculiarità, anche dal M5S in Italia), ha lasciato terreno fertile alla destra sociale. Destra sociale che vuole quasi le stesse cose che chiede la sinistra radicale, ma con una piccola differenza: le destre sono molto ostili verso le minoranze etniche e religiose. Non una gran cosa se consideriamo l’ondata migratoria senza precedenti, conseguenza dello stato di subbuglio politico ed umanitario in cui versa il Medio Oriente dopo la Primavera Araba del 2011.

I più ottimisti crederanno che la sinistra in Italia sarà in grado di trarre insegnamento dal voto tedesco e che, messo a libro paga qualche buon analista elettorale, riuscirà anche ad interpretare le ragioni del malcontento, a dargli voce e legiferare di conseguenza rendendo il nostro welfare più inclusivo per tutti, siano essi italiani o stranieri, precari o disoccupati, giovani o vecchi, e spostando finalmente il denaro dalle mani di pochi ricchi a quelle dei molti poveri. Ma è veramente così?

La risposta ce la da il Segretario del PD Matteo Renzi che, dal palco della Festa dell’Unità di Imola, afferma che “per battere i populismi si devono abbassare le tasse”, incolpando la sinistra radicale dell’ascesa degli stessi. Tradotto: per battere i populismi, nati dalla crisi e da trent’anni di neoliberismo, non servono più diritti ma ancora più neoliberismo. Se lo avessero sentito Margaret Thatcher e Ronald Reagan, lo avrebbero senza dubbio applaudito.

Ironia a parte, le parole di Renzi ci informano con chiarezza sulle condizioni del centro-sinistra in Italia e sulla statura intellettuale dei suoi leader. Che, come al solito, guardano il dito quando gli si indica la luna.

Federico Filetti

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